i Critici

  • Di Alba Gonzales, ritengo esemplare una scultura in bronzo del 1990. Il titolo è un’epigrafe: Noi due insieme. Due teste accostate. Ma come nella “Pietà Rondinini” non appare (volutamente? Con la volontà dell’inconscio?) la loro appartenenza. Maschio e femmina? Due donne, di cui una androgina? Madre e figlia? Una coppia di Amanti (con la maiuscola, ossia mitici)? La Pietà di Michelangelo non riconosce alcuna differenza, tantomeno sessuale, alle figure: la Pietà è un Corpo simbolico che contiene, deve contenere i corpi, senza distinguo. E in quel contenitore magnetico si proietta Michelangelo stesso; a dare forma è la sua corporalità in cui, come sappiamo (lo apprendiamo anche dalle poesie michelangiolesche, dalle mirabili Rime) confluivano mille, e contrastanti, istanze psicologiche. Mi sento dunque di affermare che, in quella scultura simbolo, è una sola persona che dichiara “Noi due insieme”. E questa persona è lei, Alba Gonzales, è lei nel suo doppio: convulsamente femminile, ma con ombreggiature androgine. Il perno di tutta la scultura della Gonzales è “il corpo”, sono le mille varianti che la scultrice dà al proprio corpo, tentando di liberarlo da una sorta di prigione, da una sorta di censura che vorrebbe impedire di farlo vivere sfrenatamente libero. E la Gonzales riesce a dare- al corpo umano- non solo forme sorprendenti per modernità, ma un alone in più: la musica. Valgano due esempi assai indicativi: le pattinatrici-danzatrici che hanno per titolo” Sfidando il sogno di essere farfalla” e “ Dietro l’ultima nota “. Si parla di “nota”, ossia di suono, di sinfonia. La Gonzales dimostra di possedere un potere raro: far sì che il silenzio che avvolge le sue creazioni non resti mai inerte, ma trasmetta. Da una lettera della scultrice, leggo e riporto: “La mostra rappresenterà due momenti diversi: “Miti e Metamorfosi”, in quanto il primo omaggio, nel primo ciclo, è rivolto all’arte etrusca, e poi il mio inconscio ha cominciato a prendermi la mano e sono divenuta più metamorfica”. Alla luce di quanto ho premesso, questa dichiarazione mi sollecita. Infatti, io credo che fin dall’inizio “metamorfosi e miti” abbiano attraversato la “psiche” (più che l’inconscio) della Gonzales, non come forme lucidamente intenzionali e frutto di un’intenzione programmatica, bensì come sintomi, reazioni oscure, furori commozioni, eccetera.., di un’anima carnale. Essi consistono in un altro aspetto del talento della scultrice; quello di trasferire il proprio io in altre epoche, altre civiltà, in un continuo sogno di “danza attraverso il tempo”. Torniamo sempre al sogno di essere farfalla, che non cessa, ma conserva la sua suggestione. E la farfalla può posarsi sul “Tufo etrusco” sugli emblemi – antichi e insieme contemporanei - della vicenda umana, che resta ciò che è – oltre ogni mutazione sociale e ossia frutto della creazione celeste, straordinariamente espressa nella scultura in bronzo “ Macchina per il cielo”. Il marmo bianco di Carrara, che la Gonzales tratta quasi fosse un “ chiaro di luna”, o l’argilla prima di cui si servì il biblico Dio, ci consente di dire, ammirati: “ in quel marmo ci siamo noi…Sia che la Gonzales porti il nostro sguardo su” Apollo” , su “Semiramide” su “ Narciso e il suo dubbio”. E poi, magari, con un colpo di estro che scavalca i millenni, sulla maschera di Pirandello. La vita è continuità, ecco il credo della Gonzales. La danza, che la Gonzales ha praticato, modella l’impeto di molte figure. Ma si tratta di movimento, molto bene espresso, che non nasce dalla gioia, bensì dall’aspirazione a volar via dalla prigione letargica, a volte nelle forme dell’ippogrifo, di un innesto con un’animalità diversa, equina. Impressionante la scultura un blu “il bacio: Paolo e Francesca” o “quali colombe dal disio…”. Ma a chi lo da il bacio, la testa alata? A chi lo trasmette il “disio”, con gli occhi coperti dalle ali? La testa bacia se stessa. Più esattamente, l’”io” alato della scultrice bacia il suo doppio sepolto. La Gonzales, per la sua mostra imminente, parla di miti e di metamorfosi, certo, ma non dobbiamo intenderli come preordinato omaggio a una remota civiltà perduta, sia pure grande come quella etrusca. Si tratta di proiezioni mentali, psichiche: tutto deve essere letto in tal senso, affinché si possa valutare il grado di modernità di un’artista. Tornando con la memoria ad altissimi esempi, diciamo: “Danae” del Correggio o “Amore e psiche” del Canova, sono forse esaltazioni di miti? Macché. Sono, appunto, proiezioni della sensualità di due geni, liberi per grazia di Dio, liberissimi nella loro sensualità. Nemmeno la famosa “Testa del Budda di Gandhara” è il sigillo di un mito, bensì la proiezione della perplessità dolente di un popolo. La Gonzales, per lo più, rifugge dai titoli tragici, come rifugge dal sorriso esplicito di teste e profili. Un’ombra di sorriso la cogliamo nelle bronzee “Medusa” e “Semiramide”, tuttavia quale smorfia arcana la percorre. Istintivamente, colgo analogie fra la potenzialità espressiva della Gonzales (parlo dell’esprimibile) e lo spirito di un pittore: il Correggio. Per capire il Correggio, senza fraintenderlo, è necessario percorrere più a fondo quel “labirinto” che forma il limbo della sua arte. Il Correggio antepone il “mistero” della vita al “problema”, e in questo genio non c’è figura, terrena o divina, che lo spettatore non senta di poter possedere, concretamente, attraverso un’affinità irresistibile e immediata. Intendo: il possesso sensoriale (quando la nostra scultrice gli dà un minimo di respiro, l’opera balza in alto per qualità). Torna al “sorriso” di Medusa e Semiramide. E’ inequivocabilmente elaborato attraverso un dolore umano di generazioni, deposto con il suo valore di sutura felice di mille piaghe sulle labbra. Oppure cito lo sguardo, disperso qua e là nelle figure, reso vigorosamente schietto da un qualcosa che si intuisce essere stato amore di carne, ambito, ma non consumato con gioia. E a testimoniare le potenzialità della Gonzales, basta ancora meno: una guancia che spinge la mano dell’uomo ad accarezzarla, o un seno che così forte e fiero sotto il drappeggio, quasi consapevole di quella nudità segreta e amorosa di cui abitualmente gode. Nella Gonzales, il gioco è eminentemente pagano. Fino a che punto si può parlare di un sia pur paradossale ateismo? Per questa ragione, la Gonzales non considera superflua qualunque lotta sia dentro gli istinti che verso i cieli: per lei, l’essere umano deve essere, come sarà sempre, occupato a imitare il primo atto della creazione, ossia a dar fiato alla propria creta, affinché il soffio perduto e la creta continui ad animarsi col calore della vita. Viviamo in un tempo che va verso l’atonia che non sa più come dibattersi fra tenerezza e violenza, fra gaudium vitae e una drammatica avversione al sopruso. Ma, contro la rassegnazione, contro Pilato che se ne lava le mani, c’è ancora un grido, magari silenzioso, che si uncide nei profili, che anima le forme dei corpi. Questo grido è ravvisabile nelle sculture della Gonzales. Un grido, un grido per restare umano. Perciò la “mostra” potrà autenticamente dire di essere l’ospite di un’artista che ha il dono della modernità. La Gonzales si è guadagnata questo dono con la sua vita che, ripeto, è stata attraversata da inibizioni,malesseri e drammi (esattamente come l’epoca attuale).In tal modo, non sarà più madre della “Medusa”, bensì madre e complice delle sue sculture che amò di più: la figura femminile la cui bellezza è anima nel corpo, nelle sue forme invitanti, offerte, e grazia nel volto che aspetta chi può intenderlo e amarlo.

    Alberto Bevilacqua
    Alberto Bevilacqua Giornalista e scrittore
  • Alba Gonzales nell’estate dell’anno 2000 affronta i giardini di San Quirico per un appuntamento che è tradizionale e cruciale per chiunque faccia scultura oggi in Italia e nel mondo. Perché a San Quirico, nel cuore di un paesaggio così perfetto e così antico che ha percorrerlo con lo sguardo sembra di entrare in un dipinto di Ambrogio Lorenzetti o di Piero della Francesca, non si può sbagliare, non si può esser inadeguati. Alla prova di tanta bellezza lo scultore inadeguato che voglia rischiare l’esposizione all’aperto deve fare i conti, prima ancora che con il giudizio del pubblico e con la severità dei critici, con la luce e con i colori di San Quirico e della Val d’Orcia. Uno scenario come questo, una cornice così elegante e così vigorosa sono in grado di annichilire subito e per sempre chi non è all’altezza. Bisogno aver coraggio per misurarsi con i giardini di San Quirico e, soprattutto, bisogna esser bravi. Alba Gonzales ha avuto coraggio e ha dimostrato, una volta di più, di essere brava. La scultrice si presenta con il tipo di esposizione al tempo stesso più classica e più difficile, vero e proprio giudizio di Dio come sanno bene gli artisti affermati. Questa infatti è una mostra monografica e antologica: è monografica perché qui si parla di Alba Gonzales e di lei sola, è antologica perché qui viene presentata una selezione della sua arte che si propone di essere rappresentativa di un intero percorso stilistico. Ed ecco in fine gli ultimi lavori di Alba Gonzales, quelle sculture poliformi e mostruose in bronzo lucente che  - è ancora Claudio Strinati a parlare - non sono propriamente rassicuranti. E’ la stagione delle Sfingi e delle Chimere, è l’ultimo tempo dell’Enigma. Dovessi definire queste opere con il linguaggio della storia dell’arte antica parlerei di manierismo rudolfino. Del  manierismo rudolfino hanno l’eleganza formale e la finitezza tecnica unite all’eccentricità, alla introspezione, alla cripticità, alla perversità. Le Sfingi, le Chimere della Gon  la nostra anima. Forse l’Enigma che nessuno mai sarà decifrare è sepolto in fondo a ciascuno di noi. A San Quirico d’Orcia, nello splendore luminoso e melodioso dell’antichissima terra toscana, al cospetto del Monte Amiata il mons aspectu gratissimus che Pio II Piccolomini amava, Alba Gonzales deposita le sue sculture che nel nostro secolo breve sono testimonianza sofferta e appassionata. Sono sicuro che susciteranno meraviglia e stupore, solleciteranno curiosità, emozioni, ricordi. Una rete di occhi che guardano, di mani che toccano, di pensieri che si interrogano e divagano accoglierà i bronzi e i marmi nei giardini di San Quirico. E’ questo il destino dell’arte, quando l’arte sa accendere la fantasia e toccare il cuore.

    Antonio Paolucci
    Antonio Paolucci
  • …osservate gli Achei esclusi. Alba intendeva soltanto commemorare il decadere dello spirito greco in quest'era di idolatria per la tecnocrazia, ma l'estro l'ha condotta, senza che se ne avvedesse, a una trasfigurazione sardonica del proposito, riscaldandola fino a bloccarla in una figurazione quasi feroce. Si, il mondo greco è ormai escluso dalla tipologia attuale, sempre meno avvertibile, come tradizione, nella nostra epoca. Eppure, quei due eroi omerici che essa trasfigura e blocca in preziosi marmi neri e bianchi, con un gioco cromatico altamente aristocratico, quante cose riescono a dirci ancora della classicità ionica e attica! E' sempre la trasfigurazione che incombe nell'estro dell'artista. Vedete il pezzo ch'essa intitola: Parabola di una macchina: opera possente, complessa, ponderosa nel suo insieme plastico; costruito pezzo su pezzo, badando a non offendere l'armonia dei vari elementi che la compongono.

    Carlo Belli
    Carlo Belli
  • Il contenuto dell'opera d'arte è salito vertiginosamente nell'immaginario di Alba Gonzales e non è più possibile guardare a queste cose con la sola calma contemplazione della forma. con queste premesse si potrebbe pensare ad una svolta radicale di Alba Gonzales verso una specie di espressionismo aggiornato e conturbante, ma in realtà non è così, perché quel senso di equilibrio e di eleganza della forma e quella idea dell'armonia della composizione e di elaborazione della materia che sempre l'hanno caratterizzata non sono venuti affatto meno, anzi si sono rafforzati, conferendo alle immagini una singolare ambivalenza. Da un lato, infatti, esplode letteralmente la rabbia e l'aggressività della formulazione che mette in piena luce l'aspetto inquietante e oscuro dell'artista, dall'altro, però, rimane intatta la vigilanza sulla forma che resta sempre in un equilibrio armonioso che vorrebbe quasi riscattare il pur esplicito messaggio calato nelle opere. Così le immagini che oggi scaturiscono dalla sua fantasia sono il prodotto di questa complessità, tese verso una superiore bellezza ma angosciate da quello che un grande pessimista come Cesare Pavese chiamò il "Mestiere di vivere".

    Claudio Strinati
    Claudio Strinati
  • Chi pensa di avvicinarsi alle sue sculture per scoprire una versione di miti e leggende cade in errore. Dietro la velocità e la forza di quei volti c’è la voglia di servirsi di una rilettura artistica del tutto personale e originale del mito per mutarlo, trascinarlo in un vortice in nome dell’evoluzione. Esatto, trascinarlo in un viaggio nel quale, un simbolo dopo l’altro, si possano leggere passione, malinconia, speranza, incertezza, frustrazione, forza e debolezza dell’uomo contemporaneo. Con quello sguardo sincero, onesto e allo stesso tempo magico e incantato che solo un’artista può avere nelle sue visioni. Alba Gonzales fa vedere la parte luminosa e ironica per scoprire quella misteriosa e oscura, in un continuo altalenare di una scultura che è viva, dove il movimento è evidente dalla gestione della forma artistica. Ecco che gli dei rivivono ma solo per celebrare nevrosi e vanità, grandezza e incanto dell’uomo contemporaneo. Un mito che studia il profilo psicologico degli uomini attraverso metafore che diventano arte, simboli antichi, alcuni evidenti altri nascosti, naturale approdo di una creatività che mette insieme sole e luna, celebrazione e autoironia, potenza e fragilità. E dall’incontro di amore e mistero nasce la fluida esistenza di mostri, eroi, figure che si rispecchiano fra vanità e ricerca della verità. Il tutto nasce dalla creatività danzante, leggera e profonda di Alba Gonzales, artista vera, artista alla costante ricerca di un’armonia come necessaria unione di quegli opposti che creano, taciti autori, la storia degli uomini. E’ internazionale per vocazione e trasversale nei tempi, facendo arte contemporanea che nasce dalla miscela di sperimentazioni e richiami a una figurazione non tradizionale ma ricercata in schemi classici. Alba Gonzales, si diverte a trasformare il lungo Tevere a Roma in un piccolo villaggio di classica e antica memoria, e contribuisce a fare di Pietrasanta una piccola Atene che accoglie i visitatori con un suo straordinario lavoro. La sua è un’arte complessa che va spiegata in un tempo non breve ma è immediata nella sensazione e nell’emozione. La psicologia dei suoi personaggi trova una corrispondenza in noi. Nostri i loro movimenti, la paura, il loro aspetto solare e il loro lato oscuro. Quelle statue ci cercano nel profondo e ci trovano mentre le osserviamo, mentre le pensiamo, mentre le portiamo con noi in un angolo remoto della nostra mente. E i suoi miti diventano figure oscure e ironiche, quelle metamorfosi che la creatività rende possibile. Il suo lavoro nasce da una visione: un progetto non potrebbe portare a tali realizzazioni. E in una trance ipnotica sente nascere l’equilibrio di un lavoro fra le mani, di una realtà che rende oggetto la sua visione e condivisibile il suo pensiero. E lo fa danzando, con le mani, intorno alla statue in un’azione che consente al pensiero di prendere forma. Fra i suoi temi la donna nel desiderio dell’uomo, nella sua psicologia, i miti come strumento di indagine della mente umana, dall’equilibrio di una giustizia che diventa rappresentazione teatrale alle figure in bilico fra l’uomo e la bestia, ai personaggi che, in una sorta storia pirandelliana, ricercano la propria identità. La sua arte ci consente di entrare dentro il nostro animo con figure e dei che ci accompagnano per scoprire quanto tutti noi abbiamo la nostra mitologia. E il tramonto del mito vede la nascita del psicomito. Il punto in cui la luce del sole cala per favorire quel lume lunare al cui chiarore possiamo ritrovare noi stessi. 

    Gianmarco Puntelli
    Gianmarco Puntelli
  • La fantasia di Alba Gonzales è una fantasia massiccia. Non ricama l'aria. Non vezzeggia i fiori e le fronde. Non copia o accarezza figure facilmente riportabili al mondo della natura. Insomma, non dispensa volentieri fragili grazie e di eleganze formali, né in queste si frange. Semmai solida e piena preferisce costruire la propria musica (la propria architettura: che vorrei dire sonora), più che attraverso le volute delle melodie o del canto, mediante severi blocchi polifonici giustapposti, o contrapposti: masse, appunto, che però riescono ogni volta ad annullare qualsiasi senso o sospetto di pesantezza, per modellare invece lo spazio (il plein air nel quale si inseriscono, e con quale si fondono) in un ampio e talora perfino solenne respiro dove la stessa durezza e asprezza della materia trattata, pur sempre fisicamente presente, non resta in nessun caso inerte, bensì concorre a dar movimento al rigoroso ma mai rigido esito espressivo.

    Giorgio Caproni
    Giorgio Caproni
  • ...la prima maturazione della sua ricerca plastica in direzione di una stilizzazione del corpo, cercando di restituire di esso ritmiche e positure; sulla base di riflessioni su Moore ed Arp, più "disegnate" nello spazio che strutturate (Tettonica Organica, Narciso, 1977). Un passo avanti avverrà solo dall'anno successivo, come ebbi a segnalare nel '79: "Dal corpo come organismo la scultura della Gonzales è in questi due anni passata dal corpo come macchina, dove alla ricerca di ritmi dei movimenti somatici s'è venuta a sostituire una ricerca di ritmi strutturali del corpo, ricerca che ha finora fatto attestare il discorso in una sorta di tettonica organica, dapprima aderente a forme più sinuose e sensuali per la loro predisposizione alla sagomatura curva (Narciso,Tettonica Organica) e di recente divenuta più astrattamente costruttiva per un'adesione allo spezzato e allo squadrato (Tufo etrusco n. 2, Uomo-macchina), cifre espressive queste che per Alba mi sembrano più consone ad esprimere i contenuti del suo animus femminile, non alieno da certa puntigliosa forza interiore, che sa farsi anche aggressiva a giudicare da certi inserimenti di elementi a punta, quasi a voler dichiarare che il corpo di una donna, dietro la sua forza creatrice di vita, nasconde le spine del dolore, le lance, le frecce e le daghe di difesa della propria debolezza… ... Un contraltare ai revenants dell'ex-girasolino sono i coaguli mostruosi zoo antropomorfi a cui Alba Gonzales è giunta ad affidare i suoi fantasmi ancestrali. Si tratta di figure teriomorfe anch'esse collegate con la morte, in quanto uscite dai sarcofagi etruschi, sul cui coperchio la scultrice aveva disteso le sue coppie (Uni-c-Tinia) 1985/1987 ancora segnate dal meccanomorfismo delle sue opere precedenti, incuneatosi fin nel cuore degli anni Ottanta, e talvolta intrise di volute barocche (Fantasia etrusco-barocca 1987-1988), quando non si fanno estatiche per una improvvisa immersione nella Metafisica (In attesa della luce, 1988). . . ... E' come se la Gonzales inconsciamente volesse giustificare le sue ardite (per una donna ancora oggi) rappresentazioni dell'Eros. Ma, una volta che Alba, aperto il vaso di Pandora, ha assistito alla volatizzazione delle personificazioni del femminile contenute in quel contenitore-ventre, per il sotterraneo rapporto che collega Eros e Thanatos, ella ha sentito l'esigenza di sollevare il coperchio - triclinio dei suoi sarcofagi, per scrutarvi dentro. Ed ecco, allora, che dal ventre di essi sono uscite Chimere e Sfingi, talora di intrigante quanto impressionante astanza fisica, progenitrici di quei mostri ibridi, scaturiti dalle viscere dell’io più profondo, con tutta la loro aggressività. Allarmanti simulacri della bestia che sta dentro ad ogni uomo e che da dentro lo domina, queste creature balzate fuori dall’Orco, una volta riemerse cercano di esorcizzare e rimuovere la memoria del regno dei morti con gli spasimi di un Eros istintuale evocato come antidoto nei confronti di Thanatos.

    Giorgio Di Genova
    Giorgio Di Genova
  • Trent'anni di scultura non sono pochi e il suo itinerario lo testimonia in ricchezza di approcci alle materie, alle forme, all'evidenziazione di contenuti profondi, scavati nella storia e nella psiche dell'uomo, sentiti come emblematici delle inquietudini, dei disagi, degli incubi, delle ansie del nostro tempo, interpretati attraverso le metafore del mito, miti d'amore, di violenza, sogni, Chimere. Dal modellato tradizionale è rapidamente tra scorsa a possenti composizioni tra l'organico e il meccanicistico per ritrovare la figura originaria dell'uomo, la figura arcaica, totemica, e scoprire, quale linea di spartiacque nella dimensione del tempo lontano e la prefigurazione del tempo futuro, la sorridente coppia etrusca già proiettata, sorridente, verso un aldilà atteso e accettato. Lo scavo si è fatto più complesso nelle figure mitiche delle Muse, di Semiramide, di Eco e Selene, di Narciso e soprattutto nelle Sfingi, complesse, da leggere a tutto tondo in modo da cogliere i diversi aspetti emblematici, le differenti facce simboliche del mito, l'inganno, il teatro della maschera nel vero, ne verosimile, nell'apparente...  

    Giorgio Segato
    Giorgio Segato
  • Anche le sue Chimere si presentano in veste di creature favolose, attratte e atterrite da un desiderio-serpe che ad esse si attorcina. Alate e animalesche, scontano l'illusione di un sesso indefinito o di una femminilità improbabile malgrado gli attributi di fertilità che appaiono dai loro corpi. Nondimeno anche le sue Sfingi sono preda di crudeli metamorfosi interiori che imprimono loro sgomentose figurazioni. La sfinge d'oggi non pone più ai passanti i suoi enigmi mortali. Perché è lei che è diventata un enigma a se stessa. Abitata com'è: dal demone d'una seduzione a comando, sembra aver perso ogni reale potere divinatorio. Ostenta il capo mozzato, come se potesse vivere soltanto della sua lubrica sensualità. Oppure ci viene incontro offrendoci una colomba: il volatile sacro ad Afrodite, e a1 tempo stesso segno di prostituzione. Gioca ad indicarci fra la folla dei passanti, a cercarci con un dito levato contro di noi: -"Dimmi chi sono! Dimmi chi sono! Risolvi tu per me l'enigma di questa mia smarrita identità"- Mentre come un giocar di specchi le sue teste si moltiplicano senza fine. Così il bel volto della sua Medusa tanto afflitto ci pare, da neppure accorgersi dei serpenti che la stanno avvinghiando; e altro che pietrificarci, i suoi occhi guardano in su sgomenti. E che dire dell'ingordigia erotica di Semiramide? Sotto il peso di un'immensa, barocca e arcimboldesca acconciatura, quasi sembra sopraffatta dei suoi stessi sortilegi di seduzione…

    Giuseppe Cordoni
    Giuseppe Cordoni
  • …indubbiamente il fondamento della tua poetica è la classicità, talvolta minacciata e talaltra intimidita, ma sempre presente: una classicità che non ha timori di rievocare i miti del passato, ma che neppure rifiuta di assumere come propri i miti del presente. Sono soprattutto i miti letterari che tu cerchi d'interpretare con precisi riferimenti, in uno svolgimento progressivo che, di opera in opera, arriva sino alle sculture di oggi. E ho detto progressivo non a caso, perchè il tuo percorso non è alieno dal proporre degli enigmi figurativi che poi finiscono per risolversi con la maggiore evidenza. In questo modo, dalle tue fantasie etrusche si arriva alle fantasie più moderne, dalla citazione dantesca di Paolo e Francesca ("Quel giorno più non vi leggemmo avante") a quella di Semiramide ("Che libido fè licito in sua legge"), dall' Ars Amandi di Ovidio a Galatea, in cui si allude alle manipolazioni genetiche, sino al giovane che insieme con l'amante brandisce "l'oscuro oggetto del desiderio": un "telefonino"! Ecco dunque il tracciato della tua mostra milanese. Chi potrà vederla, capirà anche la trama e l'ordito della tua scultura.

    Mario De Micheli
    Mario De Micheli
  • Nel tentativo di restituire un carattere e dare una nuova fisionomia alla romana Via Veneto, si è pensato ore di collocarvi - per un periodo di tempo limitato - una mostra di sculture monumentali di Alba Gonzales. L'arte monumentale è messa alla portata del viandante che è condotto ad una riflessione intima cui prima non aveva pensato. La mostra esce dal sancta santorum delle gallerie, che nei secoli antiqui non esistevano, per tornare ad essere oggetto di consumo di tutti. A queste esibizioni monumentali Alba Gonzales è portata naturalmente, proprio per la materia imponente che - lei così apparentemente fragile e minuta - tratta con la sua arte che non può fare a meno di energia e forza interiore: pietre, marmi, totem metallici, che al passante diventano facilmente familiari, proprio perchè ne ha conosciuto qualche anticipazione a Roma dalla via Colombo, quando le statue della scultrice colpiscono l'automobilista che sfiora i giardini, o perchè altre ne ha viste nel museo en plein air creato da Alba a Fregene. Le sculture dell'artista si combinano perfettamente con qualunque paesaggio romano, perfino quello di una via considerata elegantemente moderna: a pochi passi, infatti, ci sono le mura di Porta Pinciana; e gli enigmi totemici, classici, etruschi delle sculture trovano in questa via una loro collocazione che non è disturbante, o deviante, ma che invita a tornare col pensiero alla nota caratteristica della città, alle sue origini, alla sua preistoria. Immagini di dei, di amanti senza età, di sincretismi totemici, di macchine antropomorfizzate, di invenzioni dei primordi; un mistero di volumi che è anche il mistero di Alba e della sua città. Un segreto che scavalca la Via Veneto di una Roma forse superata, per appartenere ai giorni dell'eternità.

    Mario Verdone
    Mario Verdone
  • Questo scultore donna  come desidera essere chiamata  ha davanti  a sé l'immaginazione: una percorso vario e illimitato, che affonda le radici nei misteriosi eventi del passato, nei luoghi, nei significativi, nella gesta della storia, dei miti, della civiltà stessa. In questi nodi di ricordi e di sensazioni, in quei racconti che, dall'antica Grecia, giungono agli Etruschi, attraverso i colli di Roma, penetrano con prepotenza nella psiche contemporanea, spingono unghie e aculei nel cuore di chi soffre o getta al vento la sua finta allegria, ecco che Albe Gonzales, nel bronzo e nel marmo, inventa i suoi personaggi muliebri-animaleschi, con zampe-mani, code serpentine, lingue biforcute, mammelle multiple, volti celestiali che si moltiplicano. Tuttavia in quegli spettacoli, venuti fuori direttamente dall'inconscio, da quei fantasmi originari oltre le esperienze individuali, la scultrice Alba Gonzales, come Freud, entra ne sogno, lo interpreta, ne scopre gli elementi, e gioca come fa il gatto con il topo. Sposta e condensa gli archetipi, proietta le sue pulsioni libidiche e anche quelle distruttive, poi, come la Fenice che rinasce dalle proprie ceneri, viene fuori poeticamente, lasciando cadere ogni scoria, ogni granello di polvere, ogni rifiuto e frammento.

    Milena Milani
    Milena Milani
  • Da anni il Ravello Festival ha eletto la scultura tra le proprie forme di comunicazione privilegiata. Villa Rufolo ed il piazzale dell’Auditorium Niemeyer sono diventati spettacolari contenitori di installazioni concepite per poter vivere col paesaggio e nel paesaggio. Al concetto di mostra come contenitore statico, per quanto irresistibile, di oggetti di pregio se ne è sostituito un altro, più dinamico e originale, in linea con la vocazione e le caratteristiche del Festival promosso dalla Fondazione Ravello. L’esposizione dedicata ad Alba Gonzales si innesta in questa scia virtuosa, già felicemente solcata da artisti come Igor Mitoraj e Mimmo Paladino. Il colpo d’occhio ricavato dallo stagliarsi sul panorama costiero di certe sontuose, fantastiche figure femminili nate dalle mani della Gonzales è indubbiamente un valore aggiunto regalato allo spettatore ed al turista, indipendentemente dal suo grado di consapevolezza nei confronti dell’arte. E cosa dire dei chiostri, dei giardini, del Belvedere di Villa Rufolo, affollati di sculture accattivanti? Non si potrebbe immaginare una sinergia più felice tra contenitore e contenuto o, per rimanere nell’ambito delle arti visive, tra cornice e quadro. La stessa sinergia che rende unici i concerti, gli spettacoli di danza e gli eventi di parola proposti dal Ravello Festival. Alba Gonzales ha il pregio, attraverso le sue figure leggere a dispetto delle dimensioni imponenti, di parlare al pubblico e sedurlo senza intellettualismi né banalizzazioni concettuali. Le sue opere non hanno bisogno di istruzioni per l’uso per essere apprezzate, ma colpiscono per immediatezza e fantasia, qualità trasversali e declinabili in mille modi, da ogni singolo spettatore. La scelta di ospitare questa sua personale nell’ambito del Festival, oltre a riconsolidare Ravello nel novero delle città d’arte, va nella direzione, perseguita tenacemente dalla Fondazione che presiedo, di stimolare la curiosità culturale e l’interesse di fasce sempre più ampie di fruitori, nel segno imprescindibile dell’eccellenza.

    Renato Brunetta
    Renato Brunetta politico
  • Dal primo impatto con le sculture di Alba Gonzales ho ricavato la convinzione che l’autore dovesse essere dotato di una personalità entusiasta e passionale. Poi ho conosciuto la Gonzales e mi sono confermato nel giudizio che avevo formulato.Avendo avuto modo di prendere visione di gran parte della sua produzione artistica credo davvero che Alba debba annoverarsi tra i principali artisti contemporanei. La sua creatività ha conosciuto tre fasi evolutive. Le figurazioni antropomorfiche di “Uomini e Totem”, dove si fondono il mito arcaico e il macchinismo moderno, poi le opere che si ispirano alla statuaria etrusca di “Amori e Miti” e infine la figurazione fantastica con componenti erotico-oniriche di “Sfingi e Chimere”. Le sette opere che ho chiesto a lei di realizzare per “Il Labirinto della Libertà” di villa Certosa in Sardegna possono invece essere considerate come una fase a sé stante, un inno artistico alla libertà e alla sua continua ricerca da parte dell’uomo, una celebrazione plastica della libertà come il bene più prezioso. Per questo sono lieto di unire il mio saluto e il mio plauso alla mostra delle opere di Alba Gonzales che il Comune di Pietrasanta, benemerito promotore culturale, ha organizzato nel Parco della Versiliana e di formulare i più cordiali auguri per il successo della mostra.

    Silvio Berlusconi
    Silvio Berlusconi
  • In una società resa spesso intellettualmente pigra dal dilagare di una comunicazione poco stimolante compito dell’arte e di un festival che di arte si occupi attivamente è quello di andare incontro al pubblico, di coinvolgerlo secondo modalità non assodate, di sorprenderlo. Una mostra come quella che Alba Gonzales ha costruito a Ravello, portando in modo intelligente la propria inventiva all’interno di un contesto persino scabroso per fascino oggettivo, raggiunge lo scopo con felice naturalezza. Le sue sculture, infatti, invitano chiunque le guardi a viaggiare sui sentieri della fantasia, al di fuori di codici da decriptare, in ciò fungendo da ponte tra culture e sensibilità anche molto diverse; di fatto assecondando le finalità per cui lo stesso Ravello Festival, da tempo, si è imposto su scala internazionale.   A vederle, le figure di Alba Gonzales, tra i giardini della storica Villa Rufolo, sembra quasi che siano nate lì o che a quegli spazi, comunque, fossero in qualche modo destinate. Ci piace pensare che non sia un caso, ma che un’armonia universale attragga tra loro le cose belle, una sinfonia, un passo di danza, una statua,  per la gioia di chi possa goderne. Succede a Ravello, luogo dell’anima. 

    Stefano Valanzuolo
    Stefano Valanzuolo
  • Ed ecco allora i tuoi disegni-pittura. Nati dall'idea di fissare l'estensione d'una scultura alitante nella sua ombra, per dare nel foglio d'una effimera illusoria apparenza un'immagine durevole: e farla essere, oltre le isocrone cadenze del tempo e delle sue luci, e renderla, attraverso la finzione e la verità della pittura; testimonianza e memoria d'un'impalpabile inconcreta apparenza: ora ferma logica presenza. Bella, e ricca idea; doviziosa di sviluppi. E ricche di trepidanze e d'incanti le forme stese sul foglio: muri-ombra che si addensano in uno scarno colore esaltante la luce; forme inquiete di misteriose vibrazioni e "sonorità". Ed ecco le tue sculture: le resine i bronzi i marmi. Ed ecco la pietra rossa, che tu chiami "la pensatrice": torre, accumulo di segni, lucore di luci (e di umori), tagli algebrici, magia dell'apparire e del celarsi dietro l'enigma dell'astrazione con linee salenti in un moltiplicarsi di "altitudini"; dove, per I'immaginazione (nel ricordo di Gulliver), relativa realtà può, divenire la nostra umana dimensione corporale, e vasta invece la dimensione fantastica.

    Ugo Attardi
    Ugo Attardi
  • Alba Gonzales è una modellatrice dalle doti inconsuete. Le sue mani sono quanto mai sensibili nel plasmare le forme per espanderle nello spazio in sinuose volumetrie figurative e, nelle sue prove più lontane nel tempo, anche in strutture astratte geometricamente ordinate e pulsanti, vere e proprie scenografie di pietra. I suoi temi Gonzales li svolge con moderna autorevolezza, e con un’attenzione espressiva finalizzata soprattutto a una manipolazione passionale della materia scultorea. Siamo di fronte ad un artista che possiede e trasmette un’energia creativa estremamente fervida, che avvolge e trasforma la sua raffigurazione in nuclei espressivi di forte impatto emotivo. Il suo approfondimento del racconto mitologico la porta a formulare modulazioni ritmiche evidentemente fondate su quella acquisizione di significato che la letteratura psicanalitica ha voluto attribuire a quegli eventi archetipici, e che appartiene in modo ormai irrinunciabile alla cultura del nostro tempo. Ma al di là delle implicazioni simboliche, nelle opere della scultrice permangono intatte le suggestioni formali che discendono dalla memoria dell’antichità classica dove prevalgono le figure femminili, sia come emblemi di una bellezza carnale e consapevole del proprio potere fascinatorio, sia come citazioni di una mostruosità arcana e enigmatica. Sono sfingi, meduse e chimere che esibiscono i loro corpi ibridi e le loro tortuosità problematiche, in un gioco di metafore visive in allusione a un eros dionisiaco e minaccioso, e le cui movenze sembrano seguire una musicalità arcaica che scandisce le pulsioni incontrollabili della loro natura animalesca. La danza rappresenta in realtà la sottotraccia di molti di questi lavori, dove le movenze dei corpi parlano il linguaggio odierno della coreutica, ovvero di quella ritmicità liberamente espressiva che ha rivoluzionato, all’inizio del secolo scorso, quella classica. Questo dato appartiene del resto anche alla sua esperienza di danzatrice classica, che ah evidentemente condizionato le scenografie spaziali delle sue raffigurazioni scultoree. In questo senso è emblematica l’importante rappresentazione di Narciso, dove un corpo maschile efebico è fissato in una torsione all’indietro che, se riproduce il carattere psicologicamente regressivo dell’amore di sé, è anche riferibile a una movenza coreografica. Di grande interesse è ancora il tema ricorrente della coppia amorosa, sempre rappresentata in una significativa conturbante, esplicitamente avvinta in una intesa carnale esclusiva, che allude ad una fusione ben più profonda di quella dei corpi. Ne è splendido esempio l’immagine bronzea dei volti di Paolo e Francesca, che, come colombe dal Disio chiamate, sono uniti in un bacio senza fine in un volo alato nello spazio privato del loro vortice infernale. In fine, ben altrimenti espressiva è ancora la stessa coppia di amanti, che appare avvinta nella lettura delle parole fatali, riproducendo la fissità ieratica di un sarcofago etrusco.

    Vittorio Sgarbi
    Vittorio Sgarbi Critico d'arte
  • Valentina Fogher, Daniella Casella, Enrico Crispolti, Stefania Severi, Virgilio Patarini, Paolo Levi, Nicola Miceli, Carmine Benincasa, Gina Basso, Antonio Altomonte, Elio Filippo Accrocca, Pino Amatiello, Giorgio Fallani, Enzo Fabiani, Paolo Rizzi, Riccardo Bianchi, Domenico Guzzi, Annabella Calimani, Mario Apice, vito Apuleo, Guido Arata, Felice Ballero, Carlo Barrese, Ruggero Battaglia, Marisa Bernabei, Germano Beringheri, Lucio Bernardi, Dante Bernini, Osvaldo Bevilacqua, Mario Bimonte, Tony Bonavita, Elva Bonzagni, Italo Borzi, Paolo Borzi, Mauro Bubico, Gincarlo Caldini, Adele Cambria , Lea Canducci, Claudio Capuano, Giovanni Carandente, Dino Carlesi, Corrado Cartia, Ennio Cavalli ,Marcello Ciabatti,Marino Colacciani, Olga Cortese, Ennio Cavalli, Beniti Corradini, Remo Croce, Teodoro Cutolo, Luciano De Crescenzo, Linda De Sanctis, Chantal Dubois, Andrea Franzese,Gianni Franceschi, Franco Ferrarotti, Melo Freni, Enzo Galeazzi, Ludovico Gatto, Sandra Giannattasio, Giorgio Giannelli, Vittorio Grotti, Giovanna Gualdi, Augusto Giordano, Vinci Grossi, Adalberto Kissopoulos, Francoise jaunnine, Grazia Lago,Luciano Luisi, Liano Longhi, Giuseppe Lo Voi, Mario Lunetta, Norma Lupi, Mario Luzi, Nino Manfredi, Letizia Mangione, Giuseppe Marchiori, Giovanna Mariotti,Feliciana Mariotti,  Italo Marucci, Vanda Miceli, Mario Moretti, Pia Moretti, Ugo Moretti, Nalda Mura, Gino Pallotta, Massimo Pallottino, Tommaso Paloscia, donatella Papi, Elio Pecora, Mario Penelope, domenico Petroccelli,Guglielmo Petroli, Mario Picchi, Giorgio Pitteri, Mirko Pucciarelli, Derna Querel, Jacopo Recupero,Leonida Repaci, Massimo Riposati, vito Riviello, Bartolomeo Rossetti, Vittorio G. Rossi, Giuseppina Sciascia, Stefano Sambiase, Roberto Sanesi, Giorgio Saviane, Italo Carlo Sesti, Gabriella Sobrino, Clorinda Spagna, Santino Sparta', Maria Luisa Spaziani, Luigi Tallarico, Paul Tabet, Akira Tatsmura, Diana Torrieri, Gianni Toti, Ferruccio Ulivi, Giorgio Weiss, Franca Valeri, Marco Valsecchi, Emilio Villa, Carlo Villa , Francesco Vincitorio, Laura Viotti, francesco volpini, Diego Zandel.

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