Alba Gonzales

L'arte è quando mani, testa e cuore lavorano insieme

Recensioni

Ugo Attardi

Ed ecco allora i tuoi disegni-pittura. Nati dall'idea di fissare l'estensione d'una scultura alitante nella sua ombra, per dare nel foglio d'una effimera illusoria apparenza un'immagine durevole: e farla essere, oltre le isocrone cadenze del tempo e delle sue luci, e renderla, attraverso la finzione e la verità della pittura; testimonianza e memoria d'un'impalpabile inconcreta apparenza: ora ferma logica presenza. Bella, e ricca idea; doviziosa di sviluppi. E ricche di trepidanze e d'incanti le forme stese sul foglio: muri-ombra che si addensano in uno scarno colore esaltante la luce; forme inquiete di misteriose vibrazioni e "sonorità". Ed ecco le tue sculture: le resine i bronzi i marmi. Ed ecco la pietra rossa, che tu chiami "la pensatrice": torre, accumulo di segni, lucore di luci (e di umori), tagli algebrici, magia dell'apparire e del celarsi dietro l'enigma dell'astrazione con linee salenti in un moltiplicarsi di "altitudini"; dove, per I'immaginazione (nel ricordo di Gulliver), relativa realtà può, divenire la nostra umana dimensione corporale, e vasta invece la dimensione fantastica.

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Carlo Belli

…osservate gli Achei esclusi.
Alba intendeva soltanto commemorare il decadere dello spirito greco in quest'era di idolatria per la tecnocrazia, ma l'estro l'ha condotta, senza che se ne avvedesse, a una trasfigurazione sardonica del proposito, riscaldandola fino a bloccarla in una figurazione quasi feroce. Si, il mondo greco è ormai escluso dalla tipologia attuale, sempre meno avvertibile, come tradizione, nella nostra epoca. Eppure, quei due eroi omerici che essa trasfigura e blocca in preziosi marmi neri e bianchi, con un gioco cromatico altamente aristocratico, quante cose riescono a dirci ancora della classicità ionica e attica! E' sempre la trasfigurazione che incombe nell'estro dell'artista. Vedete il pezzo ch'essa intitola: Parabola di una macchina: opera possente, complessa, ponderosa nel suo insieme plastico; costruito pezzo su pezzo, badando a non offendere l'armonia dei vari elementi che la compongono.

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Silvio Berlusconi

Dal primo impatto con le sculture di Alba Gonzales ho ricavato la convinzione che l’autore dovesse essere dotato di una personalità entusiasta e passionale. Poi ho conosciuto la Gonzales e mi sono confermato nel giudizio che avevo formulato.Avendo avuto modo di prendere visione di gran parte della sua produzione artistica credo davvero che Alba debba annoverarsi tra i principali artisti contemporanei. La sua creatività ha conosciuto tre fasi evolutive. Le figurazioni antropomorfiche di “Uomini e Totem”, dove si fondono il mito arcaico e il macchinismo moderno, poi le opere che si ispirano alla statuaria etrusca di “Amori e Miti” e infine la figurazione fantastica con componenti erotico-oniriche di “Sfingi e Chimere”. Le sette opere che ho chiesto a lei di realizzare per “Il Labirinto della Libertà” di villa Certosa in Sardegna possono invece essere considerate come una fase a sé stante, un inno artistico alla libertà e alla sua continua ricerca da parte dell’uomo, una celebrazione plastica della libertà come il bene più prezioso.
Per questo sono lieto di unire il mio saluto e il mio plauso alla mostra delle opere di Alba Gonzales che il Comune di Pietrasanta, benemerito promotore culturale, ha organizzato nel Parco della Versiliana e di formulare i più cordiali auguri per il successo della mostra.

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Alberto Bevilacqua

Di Alba Gonzales, ritengo esemplare una scultura in bronzo del 1990. Il titolo è un’epigrafe: Noi due insieme. Due teste accostate. Ma come nella “Pietà Rondinini” non appare (volutamente? Con la volontà dell’inconscio?) la loro appartenenza. Maschio e femmina? Due donne, di cui una androgina? Madre e figlia? Una coppia di Amanti (con la maiuscola, ossia mitici)? La Pietà di Michelangelo non riconosce alcuna differenza, tantomeno sessuale, alle figure: la Pietà è un Corpo simbolico che contiene, deve contenere i corpi, senza distinguo. E in quel contenitore magnetico si proietta Michelangelo stesso; a dare forma è la sua corporalità in cui, come sappiamo (lo apprendiamo anche dalle poesie michelangiolesche, dalle mirabili Rime) confluivano mille, e contrastanti, istanze psicologiche. Mi sento dunque di affermare che, in quella scultura simbolo, è una sola persona che dichiara “Noi due insieme”. E questa persona è lei, Alba Gonzales, è lei nel suo doppio: convulsamente femminile, ma con ombreggiature androgine. Il perno di tutta la scultura della Gonzales è “il corpo”, sono le mille varianti che la scultrice dà al proprio corpo, tentando di liberarlo da una sorta di prigione, da una sorta di censura che vorrebbe impedire di farlo vivere sfrenatamente libero. E la Gonzales riesce a dare- al corpo umano- non solo forme sorprendenti per modernità, ma un alone in più: la musica. Valgano due esempi assai indicativi: le pattinatrici-danzatrici che hanno per titolo” Sfidando il sogno di essere farfalla” e “ Dietro l’ultima nota “. Si parla di “nota”, ossia di suono, di sinfonia. La Gonzales dimostra di possedere un potere raro: far sì che il silenzio che avvolge le sue creazioni non resti mai inerte, ma trasmetta. Da una lettera della scultrice, leggo e riporto: “La mostra rappresenterà due momenti diversi: “Miti e Metamorfosi”, in quanto il primo omaggio, nel primo ciclo, è rivolto all’arte etrusca, e poi il mio inconscio ha cominciato a prendermi la mano e sono divenuta più metamorfica”. Alla luce di quanto ho premesso, questa dichiarazione mi sollecita. Infatti, io credo che fin dall’inizio “metamorfosi e miti” abbiano attraversato la “psiche” (più che l’inconscio) della Gonzales, non come forme lucidamente intenzionali e frutto di un’intenzione programmatica, bensì come sintomi, reazioni oscure, furori commozioni, eccetera.., di un’anima carnale. Essi consistono in un altro aspetto del talento della scultrice; quello di trasferire il proprio io in altre epoche, altre civiltà, in un continuo sogno di “danza attraverso il tempo”. Torniamo sempre al sogno di essere farfalla, che non cessa, ma conserva la sua suggestione. E la farfalla può posarsi sul “Tufo etrusco” sugli emblemi – antichi e insieme contemporanei - della vicenda umana, che resta ciò che è – oltre ogni mutazione sociale e ossia frutto della creazione celeste, straordinariamente espressa nella scultura in bronzo “ Macchina per il cielo”. Il marmo bianco di Carrara, che la Gonzales tratta quasi fosse un “ chiaro di luna”, o l’argilla prima di cui si servì il biblico Dio, ci consente di dire, ammirati: “ in quel marmo ci siamo noi…Sia che la Gonzales porti il nostro sguardo su” Apollo” , su “Semiramide” su “ Narciso e il suo dubbio”. E poi, magari, con un colpo di estro che scavalca i millenni, sulla maschera di Pirandello. La vita è continuità, ecco il credo della Gonzales. La danza, che la Gonzales ha praticato, modella l’impeto di molte figure. Ma si tratta di movimento, molto bene espresso, che non nasce dalla gioia, bensì dall’aspirazione a volar via dalla prigione letargica, a volte nelle forme dell’ippogrifo, di un innesto con un’animalità diversa, equina. Impressionante la scultura un blu “il bacio: Paolo e Francesca” o “quali colombe dal disio…”. Ma a chi lo da il bacio, la testa alata? A chi lo trasmette il “disio”, con gli occhi coperti dalle ali? La testa bacia se stessa. Più esattamente, l’”io” alato della scultrice bacia il suo doppio sepolto. La Gonzales, per la sua mostra imminente, parla di miti e di metamorfosi, certo, ma non dobbiamo intenderli come preordinato omaggio a una remota civiltà perduta, sia pure grande come quella etrusca. Si tratta di proiezioni mentali, psichiche: tutto deve essere letto in tal senso, affinché si possa valutare il grado di modernità di un’artista. Tornando con la memoria ad altissimi esempi, diciamo: “Danae” del Correggio o “Amore e psiche” del Canova, sono forse esaltazioni di miti? Macché. Sono, appunto, proiezioni della sensualità di due geni, liberi per grazia di Dio, liberissimi nella loro sensualità. Nemmeno la famosa “Testa del Budda di Gandhara” è il sigillo di un mito, bensì la proiezione della perplessità dolente di un popolo. La Gonzales, per lo più, rifugge dai titoli tragici, come rifugge dal sorriso esplicito di teste e profili. Un’ombra di sorriso la cogliamo nelle bronzee “Medusa” e “Semiramide”, tuttavia quale smorfia arcana la percorre. Istintivamente, colgo analogie fra la potenzialità espressiva della Gonzales (parlo dell’esprimibile) e lo spirito di un pittore: il Correggio. Per capire il Correggio, senza fraintenderlo, è necessario percorrere più a fondo quel “labirinto” che forma il limbo della sua arte. Il Correggio antepone il “mistero” della vita al “problema”, e in questo genio non c’è figura, terrena o divina, che lo spettatore non senta di poter possedere, concretamente, attraverso un’affinità irresistibile e immediata. Intendo: il possesso sensoriale (quando la nostra scultrice gli dà un minimo di respiro, l’opera balza in alto per qualità). Torna al “sorriso” di Medusa e Semiramide. E’ inequivocabilmente elaborato attraverso un dolore umano di generazioni, deposto con il suo valore di sutura felice di mille piaghe sulle labbra. Oppure cito lo sguardo, disperso qua e là nelle figure, reso vigorosamente schietto da un qualcosa che si intuisce essere stato amore di carne, ambito, ma non consumato con gioia. E a testimoniare le potenzialità della Gonzales, basta ancora meno: una guancia che spinge la mano dell’uomo ad accarezzarla, o un seno che così forte e fiero sotto il drappeggio, quasi consapevole di quella nudità segreta e amorosa di cui abitualmente gode. Nella Gonzales, il gioco è eminentemente pagano. Fino a che punto si può parlare di un sia pur paradossale ateismo? Per questa ragione, la Gonzales non considera superflua qualunque lotta sia dentro gli istinti che verso i cieli: per lei, l’essere umano deve essere, come sarà sempre, occupato a imitare il primo atto della creazione, ossia a dar fiato alla propria creta, affinché il soffio perduto e la creta continui ad animarsi col calore della vita. Viviamo in un tempo che va verso l’atonia che non sa più come dibattersi fra tenerezza e violenza, fra gaudium vitae e una drammatica avversione al sopruso. Ma, contro la rassegnazione, contro Pilato che se ne lava le mani, c’è ancora un grido, magari silenzioso, che si uncide nei profili, che anima le forme dei corpi. Questo grido è ravvisabile nelle sculture della Gonzales. Un grido, un grido per restare umano. Perciò la “mostra” potrà autenticamente dire di essere l’ospite di un’artista che ha il dono della modernità. La Gonzales si è guadagnata questo dono con la sua vita che, ripeto, è stata attraversata da inibizioni,malesseri e drammi (esattamente come l’epoca attuale).In tal modo, non sarà più madre della “Medusa”, bensì madre e complice delle sue sculture che amò di più: la figura femminile la cui bellezza è anima nel corpo, nelle sue forme invitanti, offerte, e grazia nel volto che aspetta chi può intenderlo e amarlo.

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Riccardo Bianchi

Quando li vedi per la prima volta resti sgomento. Ti colpiscono con veemenza quei bronzi piegati e ripiegati come contorsionisti, smembrati, disumanati, oppure, lo sguardo triste e svuotato, a volte addirittura cancellato, rappresi in un'assenza che viene da lontano e lontano torna. A noi, figli di un tempo astratto che ha reso il pensiero rappresentabile in sé e non tramite le sue figurazioni e le metafore, paiono quasi anacronistiche.
Creature di una mitologia evaporata nel sole razionalista. Relitti arenati e poi trovati sulla spiaggia delle nostre consolidate certezze. Che ci fanno lì? Come ci sono arrivati? Ti avvicini circospetto, ne accarezzi l'epidermide metallica, lucida, liscia, intrisa di una sottile, impalpabile, virtuale guaina erotica. Ne saggi la consistenza, ne incroci lo sguardo, e quello che ti segue, si scompone si moltiplica, si stacca dal corpo addirittura, ti sorride beffardo, che vorrà dirti? Nella Gonzales il riferimento alla cultura classica è una costante, il segno di un innamoramento del passato, quello antico, che tiene a distanza le volgarità del presente. Ma anche il sintomo di una volubilità esistenziale, di una inquietante perdita di identità dell'uomo e della donna attuali. L'indagine della scultrice non persegue tuttavia una ricomposizione di questo io diviso, non punta a creare un'armonia pacificante e paciosa, non presume che il rimedio sia una sapiente e manierata rivisitazione psicologica o fisiognomica. Non è computa, né sofisticata. E nemmeno cerca credito nei maestri di questo secolo.
Il traguardo è altrove. Per raggiungerlo occorre calarsi nel tunnel del sé, attraversare l'Acheronte dei propri orrori, sbigottirsi di fronte a comportamenti e pensieri che sono al di là del controllo cosciente. Lottare. Altro che armonia. A contare è ciò che alberga dentro di noi e che si avverte dibattersi con forza nei volumi inventati dalla scultrice: la nostra perniciosa e per converso umanissima inumanità.

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Giorgio Caproni

La fantasia di Alba Gonzales è una fantasia massiccia. Non ricama l'aria. Non vezzeggia i fiori e le fronde. Non copia o accarezza figure facilmente riportabili al mondo della natura. Insomma, non dispensa volentieri fragili grazie e di eleganze formali, né in queste si frange. Semmai solida e piena preferisce costruire la propria musica (la propria architettura: che vorrei dire sonora), più che attraverso le volute delle melodie o del canto, mediante severi blocchi polifonici giustapposti, o contrapposti: masse, appunto, che però riescono ogni volta ad annullare qualsiasi senso o sospetto di pesantezza, per modellare invece lo spazio (il plein air nel quale si inseriscono, e con quale si fondono) in un ampio e talora perfino solenne respiro dove la stessa durezza e asprezza della materia trattata, pur sempre fisicamente presente, non resta in nessun caso inerte, bensì concorre a dar movimento al rigoroso ma mai rigido esito espressivo.

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Renato Civello

Sono bronzi di innervata bellezza che glorificano in termini di scoperta creatività l'immagine femminile; anche con il complemento del serpente o del cigno; o del "doppio di se" che ripropone la tragedia del miltoniano Paradise Lost. Si avverte che Alba Gonzales ubbidisce, nel vibrare di una impetuosa fantasia, ad archetipi del profondo. E' la tensione spirituale è sempre alta, anche quando si coniugano, in singolare simbiosi, mitografia classicheggiante e contestualità di eros.

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Giuseppe Cordoni

Anche le sue Chimere si presentano in veste di creature favolose, attratte e atterrite da un desiderio-serpe che ad esse si attorcina. Alate e animalesche, scontano l'illusione di un sesso indefinito o di una femminilità improbabile malgrado gli attributi di fertilità che appaiono dai loro corpi. Nondimeno anche le sue Sfingi sono preda di crudeli metamorfosi interiori che imprimono loro sgomentose figurazioni. La sfinge d'oggi non pone più ai passanti i suoi enigmi mortali. Perché è lei che è diventata un enigma a se stessa. Abitata com'è: dal demone d'una seduzione a comando, sembra aver perso ogni reale potere divinatorio. Ostenta il capo mozzato, come se potesse vivere soltanto della sua lubrica sensualità. Oppure ci viene incontro offrendoci una colomba: il volatile sacro ad Afrodite, e a1 tempo stesso segno di prostituzione. Gioca ad indicarci fra la folla dei passanti, a cercarci con un dito levato contro di noi: -"Dimmi chi sono! Dimmi chi sono! Risolvi tu per me l'enigma di questa mia smarrita identità"- Mentre come un giocar di specchi le sue teste si moltiplicano senza fine. Così il bel volto della sua Medusa tanto afflitto ci pare, da neppure accorgersi dei serpenti che la stanno avvinghiando; e altro che pietrificarci, i suoi occhi guardano in su sgomenti. E che dire dell'ingordigia erotica di Semiramide? Sotto il peso di un'immensa, barocca e arcimboldesca acconciatura, quasi sembra sopraffatta dei suoi stessi sortilegi di seduzione…

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Enrico Crispolti

Con tutta evidenza la Gonzales ha un senso piuttosto raccolto della forma. Fare scultura è per lei costruire appunto organismi formali, la valenza dei quali è proprio nella qualità con la quale la forma domina e motiva la materia. Una materia peraltro sempre preziosa, come trattata, sempre riportata entro la necessità della forma strutturale, e costituita in modo che abbia ruolo conclusivo per la configurazione della forma plastica. Una scelta di materia variata da soluzione e soluzione, in vista persino di esiti, spesso, di cercata preziosità. Materia che vale come ricercata varietà materiologica e come molteplice cromatismo. In questo senso la sua scultura è in qualche modo al di là della materia, ma attraverso una preziosa elaborazione di questa. Ma la Gonzales, che si è cimentata anche in dimensioni monumentali, ha un vivo senso della scultura quale inserto spaziale; pur naturalmente sempre intendendola tuttavia come blocco, come unità e non come effettiva articolazione o men che mai come disseminazione. Dunque quella sorta di classicità sua in qualche modo fondamentale si riconferma anche proprio nel rapporto tra forma evidentemente costituita e spazialità che comunque I'accoglie.

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Antonio del Guercio

Vorrei azzardare qui una proposta di lettura critica di queste opere simbolico-allegoriche.
Una delle linee di svolgimento che più o meno esplicitamente si rivela, o che in ogni caso implicitamente giace nel profondo sottostrato dell’arte moderna dal Simbolismo in poi, e non soltanto nella Metafisica o nel Surrealismo ma pure in altre manifestazioni delle avanguardie storiche (da Duchamp al tema delle “macchine celibi”, e sino a Linder), è quello del passaggio dal tema antico dell’ibridazione tra uomo e macchina.
Una particolarissima ibridazione che costituisce una evidente parafrasi, ora sarcastica, ora euforica, della presenza ubiqua della macchina nel nostro mondo. In queste sculture recenti, si materializza infatti una ricerca orientata nella direzione inversa a quelle che Nietsche denunciava nell’uomo moderno, ossia l’incapacità di fare nuovamente germinare gli dei del giardino d’Europa: viene così risalito tutto un corso culturale e psicologico, non certo nello spirito di una possibile restaurazione del passato ma nell’idea di un ritrovamento della metamorfosi e delle ibridazioni antiche come strutture mentali e psicologiche capaci di fornire una nuova energia selvaggia e colta al tempo stesso.

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Giorgio Di Genova

...la prima maturazione della sua ricerca plastica in direzione di una stilizzazione del corpo, cercando di restituire di esso ritmiche e positure; sulla base di riflessioni su Moore ed Arp, più "disegnate" nello spazio che strutturate (Tettonica Organica, Narciso, 1977). Un passo avanti avverrà solo dall'anno successivo, come ebbi a segnalare nel '79: "Dal corpo come organismo la scultura della Gonzales è in questi due anni passata dal corpo come macchina, dove alla ricerca di ritmi dei movimenti somatici s'è venuta a sostituire una ricerca di ritmi strutturali del corpo, ricerca che ha finora fatto attestare il discorso in una sorta di tettonica organica, dapprima aderente a forme più sinuose e sensuali per la loro predisposizione alla sagomatura curva (Narciso,Tettonica Organica) e di recente divenuta più astrattamente costruttiva per un'adesione allo spezzato e allo squadrato (Tufo etrusco n. 2, Uomo-macchina), cifre espressive queste che per Alba mi sembrano più consone ad esprimere i contenuti del suo animus femminile, non alieno da certa puntigliosa forza interiore, che sa farsi anche aggressiva a giudicare da certi inserimenti di elementi a punta, quasi a voler dichiarare che il corpo di una donna, dietro la sua forza creatrice di vita, nasconde le spine del dolore, le lance, le frecce e le daghe di difesa della propria debolezza…
... Un contraltare ai revenants dell'ex-girasolino sono i coaguli mostruosi zoo antropomorfi a cui Alba Gonzales è giunta ad affidare i suoi fantasmi ancestrali. Si tratta di figure teriomorfe anch'esse collegate con la morte, in quanto uscite dai sarcofagi etruschi, sul cui coperchio la scultrice aveva disteso le sue coppie (Uni-c-Tinia) 1985/1987 ancora segnate dal meccanomorfismo delle sue opere precedenti, incuneatosi fin nel cuore degli anni Ottanta, e talvolta intrise di volute barocche (Fantasia etrusco-barocca 1987-1988), quando non si fanno estatiche per una improvvisa immersione nella Metafisica (In attesa della luce, 1988). . .
... E' come se la Gonzales inconsciamente volesse giustificare le sue ardite (per una donna ancora oggi) rappresentazioni dell'Eros. Ma, una volta che Alba, aperto il vaso di Pandora, ha assistito alla volatizzazione delle personificazioni del femminile contenute in quel contenitore-ventre, per il sotterraneo rapporto che collega Eros e Thanatos, ella ha sentito l'esigenza di sollevare il coperchio - triclinio dei suoi sarcofagi, per scrutarvi dentro. Ed ecco, allora, che dal ventre di essi sono uscite Chimere e Sfingi, talora di intrigante quanto impressionante astanza fisica, progenitrici di quei mostri ibridi, scaturiti dalle viscere dell’io più profondo, con tutta la loro aggressività. Allarmanti simulacri della bestia che sta dentro ad ogni uomo e che da dentro lo domina, queste creature balzate fuori dall’Orco, una volta riemerse cercano di esorcizzare e rimuovere la memoria del regno dei morti con gli spasimi di un Eros istintuale evocato come antidoto nei confronti di Thanatos.

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Enzo Fabiani

...pensavo leggendo i versi e i giudizi scritti da alcuni dei nostri poeti sulle sculture di Albe Gonzales: e mi son parsi ora delle melodie, ora delle prose poeticheche accompagnassero via via i protagonisti del grande “poema” che la scultrice romana è andata costruendo da vent’anni circa a questa estate, e cioè da “Amanti” del 1975 ai recenti e solennemente preziosi volti, da “Tufo Etrusco” del 1979 a “Fantasia etrusco-barocca” del 1988, nel susseguirsi alterno di totem, menhir, e coppie ora etrusco-barocche o barocche-etrusche e via via di figure, sempre di amanti, in un eleganza che possa rifarsi, specie di recente, a Klimt e dintorni, quasi a significare che mai le tempestose acque della vita spegneranno l’amore, ma anzi lo affineranno, con gentile fantasia. Pur se (ed ecco le “grandi ombre” delle forme verticali di marmo rosso e di marmo nero ora compatte, ora squarciate) gli ammonenti pensieri della morte e del mistero, del male e del dubbio, del sesso e dell’amarezza, dell’ingiustizia e dell’odio fanno sempre da angoscioso orizzonte a ogni passo, a ogni giorno. Certo sono anche simboli di aspirazione, di resurrezione e di conquista; ma ancor di più di angosciosa solitudine e angosciata limitazione.

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Domenico Guzzi

All’interno della “cronologia etrusca” la Gonzales pur viene ponendosi ulteriori problemi che prendono corpo in immagini tematicamente diverse; ma non certo del tutto distanti da quelle, pur essenziali locuzioni ed incidenze.
Nelle variate e variabili occasioni della scultura, Alba Gonzales non sembra lontana dal lasciarsi affascinare dallo spirito della mitologia. Così se per il ciclo di cui s’è fin qui detto potrà risalirsi ad un essenziale rapporto Eros-Thanatos, per altre opere potrà non di meno alludersi ad una rinnovata dimensione mitologica che - in modi diversi - nuovamente rimanda al profondo e all’esistenzialità dell’essere.Diciamo, nello specifico, di Progetto Uomo, scultura la quale vive su relazioni di costanti rinvii.
E se abbiamo esordito annunciando l’esistenza di una possibile assonanza a certa struttura metafisica.
Pensiamo al Grande Metafisico dechirichiano. Argomento che pur convince - oltre che per formazione strutturale - per la sua essenziale problematica ed interlocutoria ascensionalità (per più versi riconosciuta totemica).

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Mario de Micheli

…indubbiamente il fondamento della tua poetica è la classicità, talvolta minacciata e talaltra intimidita, ma sempre presente: una classicità che non ha timori di rievocare i miti del passato, ma che neppure rifiuta di assumere come propri i miti del presente. Sono soprattutto i miti letterari che tu cerchi d'interpretare con precisi riferimenti, in uno svolgimento progressivo che, di opera in opera, arriva sino alle sculture di oggi. E ho detto progressivo non a caso, perchè il tuo percorso non è alieno dal proporre degli enigmi figurativi che poi finiscono per risolversi con la maggiore evidenza. In questo modo, dalle tue fantasie etrusche si arriva alle fantasie più moderne, dalla citazione dantesca di Paolo e Francesca ("Quel giorno più non vi leggemmo avante") a quella di Semiramide ("Che libido fè licito in sua legge"), dall' Ars Amandi di Ovidio a Galatea, in cui si allude alle manipolazioni genetiche, sino al giovane che insieme con l'amante brandisce "l'oscuro oggetto del desiderio": un "telefonino"! Ecco dunque il tracciato della tua mostra milanese. Chi potrà vederla, capirà anche la trama e l'ordito della tua scultura.

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Milena Milani

Questo scultore-donna - come desidera essere chiamata - ha davanti  a sé l'immaginazione: una percorso vario e illimitato, che affonda le radici nei misteriosi eventi del passato, nei luoghi, nei significativi, nella gesta della storia, dei miti, della civiltà stessa. In questi nodi di ricordi e di sensazioni, in quei racconti che, dall'antica Grecia, giungono agli Etruschi, attraverso i colli di Roma, penetrano con prepotenza nella psiche contemporanea, spingono unghie e aculei nel cuore di chi soffre o getta al vento la sua finta allegria, ecco che Albe Gonzales, nel bronzo e nel marmo, inventa i suoi personaggi muliebri-animaleschi, con zampe-mani, code serpentine, lingue biforcute, mammelle multiple, volti celestiali che si moltiplicano.
Tuttavia in quegli spettacoli, venuti fuori direttamente dall'inconscio, da quei fantasmi originari oltre le esperienze individuali, la scultrice Alba Gonzales, come Freud, entra ne sogno, lo interpreta, ne scopre gli elementi, e gioca come fa il gatto con il topo. Sposta e condensa gli archetipi, proietta le sue pulsioni libidiche e anche quelle distruttive, poi, come la Fenice che rinasce dalle proprie ceneri, viene fuori poeticamente, lasciando cadere ogni scoria, ogni granello di polvere, ogni rifiuto e frammento.

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Antonio Paolucci

Alba Gonzales nell’estate dell’anno 2000 affronta i giardini di San Quirico per un appuntamento che è tradizionale e cruciale per chiunque faccia scultura oggi in Italia e nel mondo.
Perché a San Quirico, nel cuore di un paesaggio così perfetto e così antico che ha percorrerlo con lo sguardo sembra di entrare in un dipinto di Ambrogio Lorenzetti o di Piero della Francesca, non si può sbagliare, non si può esser inadeguati.
Alla prova di tanta bellezza lo scultore inadeguato che voglia rischiare l’esposizione all’aperto deve fare i conti, prima ancora che con il giudizio del pubblico e con la severità dei critici, con la luce e con i colori di San Quirico e della Val d’Orcia.
Uno scenario come questo, una cornice così elegante e così vigorosa sono in grado di annichilire subito e per sempre chi non è all’altezza. Bisogno aver coraggio per misurarsi con i giardini di San Quirico e, soprattutto, bisogna esser bravi. Alba Gonzales ha avuto coraggio e ha dimostrato, una volta di più, di essere brava. La scultrice si presenta con il tipo di esposizione al tempo stesso più classica e più difficile, vero e proprio giudizio di Dio come sanno bene gli artisti affermati.
Questa infatti è una mostra monografica e antologica: è monografica perché qui si parla di Alba Gonzales e di lei sola, è antologica perché qui viene presentata una selezione della sua arte che si propone di essere rappresentativa di un intero percorso stilistico. Ed ecco in fine gli ultimi lavori di Alba Gonzales, quelle sculture poliformi e mostruose in bronzo lucente che  - è ancora Claudio Strinati a parlare - non sono propriamente rassicuranti. E’ la stagione delle Sfingi e delle Chimere, è l’ultimo tempo dell’Enigma. Dovessi definire queste opere con il linguaggio della storia dell’arte antica parlerei di manierismo rudolfino.
Del  manierismo rudolfino hanno l’eleganza formale e la finitezza tecnica unite all’eccentricità, alla introspezione, alla cripticità, alla perversità. Le Sfingi, le Chimere della Gonzales sono affascinanti come le seduttrici del mito (come la Gorgone, come le Sirene) sono sapienti come colei che interrogò Edipo ma sono al tempo stesso mostruose ed angosciose come l’epifanie del Male.
Forse emergono dal lago nero sul quale galleggia la nostra anima.
Forse l’Enigma che nessuno mai sarà decifrare è sepolto in fondo a ciascuno di noi.
A San Quirico d’Orcia, nello splendore luminoso e melodioso dell’antichissima terra toscana, al cospetto del Monte Amiata il mons aspectu gratissimus che Pio II Piccolomini amava, Alba Gonzales deposita le sue sculture che nel nostro secolo breve sono testimonianza sofferta e appassionata. Sono sicuro che susciteranno meraviglia e stupore, solleciteranno curiosità, emozioni, ricordi. Una rete di occhi che guardano, di mani che toccano, di pensieri che si interrogano e divagano accoglierà i bronzi e i marmi nei giardini di San Quirico.
E’ questo il destino dell’arte, quando l’arte sa accendere la fantasia e toccare il cuore.

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Gianmarco Puntelli

Chi pensa di avvicinarsi alle sue sculture per scoprire una versione di miti e leggende cade in errore. Dietro la velocità e la forza di quei volti c’è la voglia di servirsi di una rilettura artistica del tutto personale e originale del mito per mutarlo, trascinarlo in un vortice in nome dell’evoluzione. Esatto, trascinarlo in un viaggio nel quale, un simbolo dopo l’altro, si possano leggere passione, malinconia, speranza, incertezza, frustrazione, forza e debolezza dell’uomo contemporaneo. Con quello sguardo sincero, onesto e allo stesso tempo magico e incantato che solo un’artista può avere nelle sue visioni.
Alba Gonzales fa vedere la parte luminosa e ironica per scoprire quella misteriosa e oscura, in un continuo altalenare di una scultura che è viva, dove il movimento è evidente dalla gestione della forma artistica.
Ecco che gli dei rivivono ma solo per celebrare nevrosi e vanità, grandezza e incanto dell’uomo contemporaneo.
Un mito che studia il profilo psicologico degli uomini attraverso metafore che diventano arte, simboli antichi, alcuni evidenti altri nascosti, naturale approdo di una creatività che mette insieme sole e luna, celebrazione e autoironia, potenza e fragilità. E dall’incontro di amore e mistero nasce la fluida esistenza di mostri, eroi, figure che si rispecchiano fra vanità e ricerca della verità. Il tutto nasce dalla creatività danzante, leggera e profonda di Alba Gonzales, artista vera, artista alla costante ricerca di un’armonia come necessaria unione di quegli opposti che creano, taciti autori, la storia degli uomini.
E’ internazionale per vocazione e trasversale nei tempi, facendo arte contemporanea che nasce dalla miscela di sperimentazioni e richiami a una figurazione non tradizionale ma ricercata in schemi classici.
Alba Gonzales, si diverte a trasformare il lungo Tevere a Roma in un piccolo villaggio di classica e antica memoria, e contribuisce a fare di Pietrasanta una piccola Atene che accoglie i visitatori con un suo straordinario lavoro.
La sua è un’arte complessa che va spiegata in un tempo non breve ma è immediata nella sensazione e nell’emozione. La psicologia dei suoi personaggi trova una corrispondenza in noi. Nostri i loro movimenti, la paura, il loro aspetto solare e il loro lato oscuro. Quelle statue ci cercano nel profondo e ci trovano mentre le osserviamo, mentre le pensiamo, mentre le portiamo con noi in un angolo remoto della nostra mente. E i suoi miti diventano figure oscure e ironiche, quelle metamorfosi che la creatività rende possibile.
Il suo lavoro nasce da una visione: un progetto non potrebbe portare a tali realizzazioni. E in una trance ipnotica sente nascere l’equilibrio di un lavoro fra le mani, di una realtà che rende oggetto la sua visione e condivisibile il suo pensiero. E lo fa danzando, con le mani, intorno alla statue in un’azione che consente al pensiero di prendere forma. Fra i suoi temi la donna nel desiderio dell’uomo, nella sua psicologia, i miti come strumento di indagine della mente umana, dall’equilibrio di una giustizia che diventa rappresentazione teatrale alle figure in bilico fra l’uomo e la bestia, ai personaggi che, in una sorta storia pirandelliana, ricercano la propria identità.
La sua arte ci consente di entrare dentro il nostro animo con figure e dei che ci accompagnano per scoprire quanto tutti noi abbiamo la nostra mitologia.
E il tramonto del mito vede la nascita del psicomito.
Il punto in cui la luce del sole cala per favorire quel lume lunare al cui chiarore possiamo ritrovare noi stessi.

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Paolo Rizzi

Un senso di rinnovata classicità guida la mano di una scultrice di valore come Alba Gonzales. E' la nostalgia di una bellezza perduta, che l'arte può ritrovare anche tra le pieghe amare della nostra società. Il volto severo di "Semiramide", agghindata da un'acconciatura sontuosamente floreale, ci guarda dalla lontananza dei tempi. La severità si scioglie nell'Omaggio ad Antinoo dove in un contesto ricco di simbologie si scatena la forza irruenta dell'amore. Tra questi due poli la scultura gioca un suo ruolo raffinato, fatto di seduzioni sensuali ma anche di richiami iconografici all'antico. Si potrebbe dire: l'Oriente favoloso e proteiforme si unisce all'Occidente palpitante di vitalità sanguigna…

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Gaetano Salerno

Nel solco di una tradizione che dalla statuaria classica arriva fino ai grandi protagonisti del Novecento, l’artista esprime, attraverso la sacralità del marmo e del bronzo, storie terrene, dettate da sentimenti ed emozioni collettive.
Protagonista di spicco, fin dai primi anni Settanta, del panorama artistico italiano ed internazionale la scultrice Alba Gonzales, unendo l’energica creatività ereditata dalle origini siciliane e spagnole alla coerenza ed al rigore di grammatiche artistiche dai forti richiami classici e mitologici, prosegue la collezione di opere e di successi di pubblico e critica. Dalla potenza ieratica del marmo e del bronzo, dal vocabolario immutabile della pietre e dei metalli, estrapola con sensibilità percorsi narrativi emozionali e spiccatamente umanizzati, conferendo immediata forza narrativa ad una produzione scultorea esposta prevalentemente in spazi ampi ed aperti, di immediato e suggestivo richiamo, con i quali l’artista crea dialoghi serrati e giochi di rimandi imprescindibili per la loro fruizione. Reduce dai successi estivi della personale di Pietrasanta, Alba Gonzales ha da poco concluso l’Ala del Mito, percorso espositivo urbano realizzato nel Comune di Seravezza, organizzato dalla Fondazione Terre Medicee e curato da Giuseppe Cordoni. Nove sculture di grandi dimensioni, dislocate con piglio antologico lungo le vie e le piazze della cittadina dell’Alta Versilia, nelle aree medicee da poco restituite al loro splendore, riprendendo lo spirito rinascimentale di costruzione dello spazio attraverso forme armoniche e decoro scenografico. Figure imponenti, modellate nel rigore della tradizione diventano qui portatrici di stati emotivi di un sentire collettivo e di sentimentalismi percepiti a livello sociale; ogni opera. da frammento imitativo o celebrativo, diventa spunto di riflessioni etiche, rivivendo oltre il Mito al quale si rapporta nelle forme, per inserirsi appieno nella contemporaneità. Nel rigore inalterabile del gesto scultoreo, sia additivo che sottrattivo, la cui veemenza imperitura non teme la morte fisica, l’artista racchiude i suoi pensieri, affidandoli al tempo perché possano sussistere alla mortificazione delle carni, eternamente prossimi alle perfette sfere delle Idee, da dove provengono. Chira, centaura di Enea, Chimera, Gli Sposi, Innesto, Apollo - Omaggio’a Vulci, Sfinge, tra le opere esposte, destrutturano il linguaggio sicuro della classicità aurea per svelarci, nelle digressioni e nelle incongruenze formali, le nostre incongruenze odierne, la discesa verso l’antropomorfizzazione di concetti divini.
Per chi ha sempre inteso dunque l’arte come un’affermazione dolce ma autoritaria dell’uomo nello spazio, guidandolo così nell’appropriazione di porzioni di esistenze volumetriche e psichiche, oltre l’illusoria artificiosità della bidimcnsionalità, fare scultura assume il valore di respiro vitale. Ecco allora la scultura di Alba Gonzales, inserita nel solco della tradizione culturale ellenistica e mediterranea, caratterizzata da dettagli vibratili e spaziali, imporsi oggi come erede di un sentire moderno, già delineato dai grandi maestri del Novecento, in cui la materia si riscopre elemento dinamico c l’artista-demiurgo recupera intatti, attraverso i molteplici e imprevedibili stati aggregativi di questa materia, le anime nascoste sotto lo schermo delta sua superficie.

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Giorgio Segato

Trent'anni di scultura non sono pochi e il suo itinerario lo testimonia in ricchezza di approcci alle materie, alle forme, all'evidenziazione di contenuti profondi, scavati nella storia e nella psiche dell'uomo, sentiti come emblematici delle inquietudini, dei disagi, degli incubi, delle ansie del nostro tempo, interpretati attraverso le metafore del mito, miti d'amore, di violenza, sogni, Chimere. Dal modellato tradizionale è rapidamente tra scorsa a possenti composizioni tra l'organico e il meccanicistico per ritrovare la figura originaria dell'uomo, la figura arcaica, totemica, e scoprire, quale linea di spartiacque nella dimensione del tempo lontano e la prefigurazione del tempo futuro, la sorridente coppia etrusca già proiettata, sorridente, verso un aldilà atteso e accettato. Lo scavo si è fatto più complesso nelle figure mitiche delle Muse, di Semiramide, di Eco e Selene, di Narciso e soprattutto nelle Sfingi, complesse, da leggere a tutto tondo in modo da cogliere i diversi aspetti emblematici, le differenti facce simboliche del mito, l'inganno, il teatro della maschera nel vero, ne verosimile, nell'apparente...

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Vittorio Sgarbi

Alba Gonzales è una modellatrice dalle doti inconsuete. Le sue mani sono quanto mai sensibili nel plasmare le forme per espanderle nello spazio in sinuose volumetrie figurative e, nelle sue prove più lontane nel tempo, anche in strutture astratte geometricamente ordinate e pulsanti, vere e proprie scenografie di pietra. I suoi temi Gonzales li svolge con moderna autorevolezza, e con un’attenzione espressiva finalizzata soprattutto a una manipolazione passionale della materia scultorea.
Siamo di fronte ad un artista che possiede e trasmette un’energia creativa estremamente fervida, che avvolge e trasforma la sua raffigurazione in nuclei espressivi di forte impatto emotivo. Il suo approfondimento del racconto mitologico la porta a formulare modulazioni ritmiche evidentemente fondate su quella acquisizione di significato che la letteratura psicanalitica ha voluto attribuire a quegli eventi archetipici, e che appartiene in modo ormai irrinunciabile alla cultura del nostro tempo.
Ma al di là delle implicazioni simboliche, nelle opere della scultrice permangono intatte le suggestioni formali che discendono dalla memoria dell’antichità classica dove prevalgono le figure femminili, sia come emblemi di una bellezza carnale e consapevole del proprio potere fascinatorio, sia come citazioni di una mostruosità arcana e enigmatica.
Sono sfingi, meduse e chimere che esibiscono i loro corpi ibridi e le loro tortuosità problematiche, in un gioco di metafore visive in allusione a un eros dionisiaco e minaccioso, e le cui movenze sembrano seguire una musicalità arcaica che scandisce le pulsioni incontrollabili della loro natura animalesca. La danza rappresenta in realtà la sottotraccia di molti di questi lavori, dove le movenze dei corpi parlano il linguaggio odierno della coreutica, ovvero di quella ritmicità liberamente espressiva che ha rivoluzionato, all’inizio del secolo scorso, quella classica. Questo dato appartiene del resto anche alla sua esperienza di danzatrice classica, che ah evidentemente condizionato le scenografie spaziali delle sue raffigurazioni scultoree. In questo senso è emblematica l’importante rappresentazione di Narciso, dove un corpo maschile efebico è fissato in una torsione all’indietro che, se riproduce il carattere psicologicamente regressivo dell’amore di sé, è anche riferibile a una movenza coreografica. Di grande interesse è ancora il tema ricorrente della coppia amorosa, sempre rappresentata in una significativa conturbante, esplicitamente avvinta in una intesa carnale esclusiva, che allude ad una fusione ben più profonda di quella dei corpi. Ne è splendido esempio l’immagine bronzea dei volti di Paolo e Francesca, che, come colombe dal Disio chiamate, sono uniti in un bacio senza fine in un volo alato nello spazio privato del loro vortice infernale. In fine, ben altrimenti espressiva è ancora la stessa coppia di amanti, che appare avvinta nella lettura delle parole fatali, riproducendo la fissità ieratica di un sarcofago etrusco.

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Claudio Strinati

Il contenuto dell'opera d'arte è salito vertiginosamente nell'immaginario di Alba Gonzales e non è più possibile guardare a queste cose con la sola calma contemplazione della forma. con queste premesse si potrebbe pensare ad una svolta radicale di Alba Gonzales verso una specie di espressionismo aggiornato e conturbante, ma in realtà non è così, perché quel senso di equilibrio e di eleganza della forma e quella idea dell'armonia della composizione e di elaborazione della materia che sempre l'hanno caratterizzata non sono venuti affatto meno, anzi si sono rafforzati, conferendo alle immagini una singolare ambivalenza.
Da un lato, infatti, esplode letteralmente la rabbia e l'aggressività della formulazione che mette in piena luce l'aspetto inquietante e oscuro dell'artista, dall'altro, però, rimane intatta la vigilanza sulla forma che resta sempre in un equilibrio armonioso che vorrebbe quasi riscattare il pur esplicito messaggio calato nelle opere.
Così le immagini che oggi scaturiscono dalla sua fantasia sono il prodotto di questa complessità, tese verso una superiore bellezza ma angosciate da quello che un grande pessimista come Cesare Pavese chiamò il "Mestiere di vivere".

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Mario Verdone

Nel tentativo di restituire un carattere e dare una nuova fisionomia alla romana Via Veneto, si è pensato ore di collocarvi - per un periodo di tempo limitato - una mostra dio sculture monumentali di Alba Gonzales.
L'arte monumentale è messa alla portata del viandante che è condotto ad una riflessione intima cui prima non aveva pensato. La mostra esce dal sancta santorum delle gallerie, che nei secoli antiqui non esistevano, per tornare ad essere oggetto di consumo di tutti. A queste esibizioni monumentali Alba Gonzales è portata naturalmente, proprio per la materia imponente che - lei così apparentemente fragile e minuta - tratta con la sua arte che non può fare a meno di energia e forza interiore: pietre, marmi, totem metallici, che al passante diventano facilmente familiari, proprio perchè ne ha conosciuto qualche anticipazione a Roma dalla via Colombo, quando le statue della scultrice colpiscono l'automobilista che sfiora i giardini, o perchè altre ne ha viste nel museo en plein air creato da Alba a Fregene.
Le sculture dell'artista si combinano perfettamente con qualunque paesaggio romano, perfino quello di una via considerata elegantemente moderna: a pochi passi, infatti, ci sono le mura di Porta Pinciana; e gli enigmi totemici, classici, etruschi delle sculture trovano in questa via una loro collocazione che non è disturbante, o deviante, ma che invita a tornare col pensiero alla nota caratteristica della città, alle sue origini, alla sua preistoria. Immagini di dei, di amanti senza età, di sincretismi totemici, di macchine antropomorfizzate, di invenzioni dei primordi; un mistero di volumi che è anche il mistero di Alba e della sua città. Un segreto che scavalca la Via Veneto di una Roma forse superata, per appartenere ai giorni dell'eternità.

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Valentina Fogher

Forse la Centaura di Ares non avrebbe mai pensato di cavalcare le onde della Versilia, che quest’anno invece nel periodo estivo salvaguarderà come un monito dalla cima del pontile di Marina di Pietrasanta. Alta e possente, la mitica scultura di Alba Gonzales è un simbolo di guerra ma contro la guerra. Ha già sconfitto il male, un pericoloso cobra che brandisce in alto con il braccio sinistro. Sua fedele compagna è una scimmia, di darwiniana memoria sul tema dell’evoluzione, che presenta ai contemporanei le rovine di un tempio antico come allegoria della nostra classicità ormai andata distrutta. Similmente la centaura offre invece un elmo coperto da una croce di spine, che simboleggia la lotta dell’uomo che si immola per il bene comune, diventando martire e quindi immedesimandosi nella figura di Cristo. Dall’elegante agilità della scultura, ecco che così emerge una lettura quanto mai complessa dei significati di cui si fa carico, ma allo stesso si rende paladina di un messaggio diretto verso la probità e la giustizia. 

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Daniela Casella

Impossibile non notare la varietà dei lavori della scultrice: tutta l’esperienza di produzione scultorea sembra essere stata indagata dall’artista: opere di grande formato, monumenti veri e propri, piccole sculture, manufatti in pietra, marmo, bronzo. Non solo le tecniche ma anche le tematiche ed i linguaggi della Gonzales sono diversi e contraddistinti da una sperimentazione continua: nella sua produzione possiamo trovare, in una sintesi in perfetto equilibrio, echi totemici di altre culture, miti della classicità greca, personaggi danteschi, macchine, semplici figure umane, opere di denuncia sociale, temi d’attualità, raffigurazioni dell’amore e di animali o bestie mitologiche. Non si può dividere il corpus scultoreo della Gonzales in periodi ben definiti come accade per altri artisti, in linea con le classificazioni in uso oggi nella critica d’arte, possono tuttavia essere delineate alcune serie tematiche ed alcuni leitmotiv stilistici che vennero indagati più approfonditamente rispetto ad altri. La tematica che più di ogni altra esprime appieno la poetica della Gonzales è facilmente identificabile nella rappresentazione della femminilità: l’artista è in grado di mostrare, nelle sue opere, molteplici punti di vista sul tema e di sviluppare di volta in volta una nuova prospettiva. Non si ha quindi una visione unitaria del mondo muliebre ma una realtà ricca di sfaccettature, capace di mettere in evidenza ora la grazia delle donne, ora la loro potenza, ora il loro lato misterioso e mutevole, ora la loro fragilità. Non a caso infatti a lavori dalla leggiadria innata, come le splendide pattinatrici di Sfidando il sogno di essere farfalla e Dietro l’ultima nota che non basta mai, si accostano opere dalla potenza espressiva sbalorditiva, come la Centaura dell’Apocalisse e sculture enigmatiche, come il magnifico bronzo intitolato Sfinge e Colomba, testimonianza della complessità e dell’enigmaticità dell’universo femminile. In questo tema della produzione scultorea di Alba Gonzales c’è posto per ogni aspetto di ciò che contraddistingue l’essere donna, si tratti di una celebrazione della bellezza, della profondità o della vanità, sembra che la scultrice romana sia andata molto vicino ad indagare quasi del tutto ciò che significa la femminilità nel mondo d’oggi. Esattamente come affronta la raffigurazione di genere l’artista sviluppa anche tutte le altre ispirazioni: le ispeziona fino in fondo, le asserisce, le nega e le sintetizza in una ricerca continua di equilibrio degli opposti che la scultrice raggiunge più volte nel corso della sua carriera. Non è solamente la scelta del tema che definisce la particolarità della poetica della Gonzales ma anche quella del linguaggio che, come si è detto, è vario e multiforme ed attinge da tradizioni differenti. Emblematico in tal senso è un bronzo del 1997, Manipolazione Genetica, qui alla tematica moderna suggerita dal titolo, si sposa un linguaggio mutuato dal mondo antico: la creatura è rappresentata mediante conchiglie, volute e ricchi panneggi che ricordano la dinamicità delle splendide raffigurazioni ellenistiche. In Alba Gonzales coesistono in opposizione, a volte fondendosi, tendenze ispirate alla scultura ed alla mitologia classica ed etrusca e riflessioni di stampo moderno che attingono a repertori novecenteschi. La grandezza della scultrice nel declinare esperienze artistiche antiche sta nel ridurle allo stato di suggestioni: lievi ispirazioni ben lontane dallo studio accademico degli antichi modelli, dalla ripetizione di una posa e di un tema già visti e diventati ormai parte del canone artistico delle scuole d’arte. Nonostante in alcune opere prevalga più l’ispirazione moderna ed in altre più la suggestione dei tempi lontani, l’artista non abbandona mai né le radici culturali del passato né il suo sguardo da donna dell’epoca presente che rendono le sue opere così complesse ed apparentemente contraddittorie. Negli ultimi anni Alba Gonzales non ha mai cessato di produrre nuove opere e, accanto ai temi discussi finora, ne ha presentati al pubblico di nuovi, introducendo nella sua poetica anche la riflessione sulla società, sulla morte e sul mondo di oggi. Nonostante lo stile dell’ultimo periodo cominci a farsi più scarno ed essenziale, scevro dalle fantasie barocche, ellenistiche, dalle suggestioni etrusche, dalla sperimentazione delle prime sculture; l’artista ha qui raggiunto una sua piena maturità ed è in grado di arrivare alla sintesi finale stilistica e tematica senza però mai dimenticare le sue prime maestre d’arte: classicità e mitologia.

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Paolo Rizzi

"L’ambiguo desiderio dell’Eros nella nuova e antica mitologia di Alba Gonzales"
I cortinesi conobbero nel 1983 per la prima volta le sculture di Alba Gonzales nella Galleria Farsetti e nell’anno successivo, lungo tutto il Corso e in piazza Italia,ben dodici sculture monumentali tra marmi e bronzi. Passarono numerosi anni e nell’inverno del 1998 sino a giugno del 1999 su quella sorta di spalto che è la terrazza monumentale dell’Hotel Ancora,le sculture di Alba Gonzales sono riapparse come qualcosa di legato emblematicamente alla città, anche se lontane dalla sua stessa tematica montana. Ma si sa come vanno oggi le cose quando l’arte ha successo. Alba Gonzales è stata richiesta in varie parti d’Italia e anche all’estero per l’esposizione delle sue opere. 
Basterà fare alcune rapide citazioni a mo’ d’esempio. A Verona invitata da Giorgio Ghelfi nella “ Galleria d’Arte Piazza Erbe” in Piazza delle Erbe, Alba ha allestito una mostra personale abbinata alla presentazione dell’ultima monografia con il testo critico di Giorgio Segato “La resistenza del mito”. A Montecatini, ai Portici Gambrinus, sempre con la Galleria Ghelfi sono attualmente esposte due sculture monumentali: “Sfinge e colomba” e “Chimera seconda”, che dal mese di Giugno stanno riscuotendo una straordinaria attenzione. A Pietrasanta, uno dei luoghi nobili, se non il più nobile della scultura contemporanea, 
invitata dall’Assessore alla cultura Massimiliano Simoni, sono state esposte per tutto il mese di Novembre sulla scalinata della Chiesa di Sant’Agostino nella Piazza del Duomo : Chira, centaura di Enea, un bronzo del 2003 e Sfinge 1998; in questa occasione, la presentazione nella sala dell’Annunziata della sua Monografia.. Aggiungiamo almeno altre due notizie, tutte recenti: la scultura “Chira,Centaura di Enea”2003 sarà posta definitivamente tra la pineta e il iare di Fregene(litorale di Roma) e, “Il Pescatore di cieli” sempre del 2003 sarà istallata nella nuova struttura portuale di Fiumicino.
Con la Mostra dal significativo titolo”4 Voci dell’inno plastico alla figura umana”,a Bruxelles,nel prestigioso Palazzo annesso al Parlamento Europeo “Batiment Charlemagne” Alba Gonzales insieme ad altri tre scultori italiani, è presente fino a Natale/2003,in occasione della chiusura del”semestre italiano”.
Potremmo continuare. Ma ormai la fama di Alba Gonzales si è talmente diffusa che le richieste di esposizioni e di pubblicazioni sì stanno moltiplicando. Se mai è da chiedersi il motivo di tale clamoroso successo, giunto in realtà dopo decenni di serio lavoro.
La risposta potrebbe essere anche semplice. Alba Gonzales è uno degli artisti plastici che riesce a coniugare un linguaggio moderno (potremmo definirlo neo- surreale) con una cultura mitologica greco-romana che è alla base di un lungo e paziente lavoro. In sostanza Alba si potrebbe definire una scultrice di moderna classicità. Le sue passate esperienze di danzatrice classica hanno agevolato questa dimensione che — come ella stessa dice — “è come un trasformare il corpo in spirito, la materia in anima: è come inserire nel marmo le emozioni, i desideri, anche gli incubi e, in sintesi, tutto ciò di irrazionale e inconscio compone l’essere umano”. C’è anche (e lo sottolineiamo subito) una motivazione non di rado espressa in termini grotteschi e ironici.
Facciamo qualche esempio. Negli anni Novanta, durante la frenetica nevrosi di possedere un telefono cellulare, che allora andava diffondendosi, Alba plasmò una sorta di oscuro oggetto di quel desiderio. Con l”Omaggio ad Antinoo”, invece, l’artista interpretò nell’anno del Giubileo tutto quel “can can” romano e italiano che si manifestò in esasperazioni tipo il “Gay pride”. Una scultura, quindi, scandalosa sì, ma sempre nel sottofondo di una cultura classica portata magari alle estreme conseguenze. L’Eros di Alba talora arrivò, in quegli anni ancora vicini, ad espressioni realistiche (appunto “Omaggio ad Antinoo”, oppure “Dubbio di Narciso”) mentre in altri motivi tutto veniva sublimato da elementi simbolico-espressivi in cui l’Eros finiva anche per sfiorare il tema di Thanatos, cioè della morte. Spiega infatti Alba: “Eros è energia insopprimibile che dà la vita. Il desiderio fine a se stesso è altro: può diventare vizio e pericolo per tutti”. Il sentimento della morte arriva proprio lì, in quel momento topico, a dare risalto all’interpretazione artistica di un motivo così millenario. Persino quando l’artista si cimenta in una grande scultura come “La Centaura”, fondendo la donna e il cavallo, emerge sempre il sottofondo emblematico di una cultura classica. Finché si arriva a sculture simili e pur diverse come “Ars amandi” e “Alba”? (una barca con un kouros greco al centro). Classicità e mito ancora una volta si fondono.
Che questa sia la chiave principale per capire il successo di Alba Gonzales, sembra chiaro. Oggi la nostra cultura tende sempre più a rifiutare esibizionismi e sofisticazioni, artificiosità e forzature linguistiche. Essa cerca la profondità di un’espressione che coinvolga tutto l’animo umano, anche e soprattutto nei suoi aspetti più freudiani, fino a fare emergere gli elementi più oscuri e ambigui dell’essere. Artista di alta cultura, Alba Gonzales ha capito tutto ciò. Ha capito ad esempio come il
piacere non possa essere fine a se stesso ma debba necessariamente, se vuole emergere nella sua verità, essere legato alla totalità di una concezione umana. Di qui la necessità di una tecnica — come in realtà è quella di Alba - di alto livello rappresentativo e, insieme, il gusto magari paradossale di una trasposizione dell’arte in forte afflato espressivo.
Per il resto anche Alba Gonzales si pone, nella vita come nella scultura, l’eterno interrogativo: “Chi siamo? Dove stiamo andando?”

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Giovanni Fallani

SINFONIA PER UNA CITTA’
La ricerca delle motivazioni, che esprimono la storia di una scultura, nasce dalla presenza di più elementi che riguardano anche la materia e i va/ori emozionali dell’arte. In Gonzales due elementi sono predominanti: la fantasia, che ha bisogno di una integrazione da/la parte di chi vede; e la costruzione dell’opera che ha un respiro così semplice e intelligente, che non sembra nata da una riflessione, ma dal/a facilità del canto o di una melodia. Per questo, chi sì sofferma al piano della funzionalità trova in Gonzales il rapporto dinamico delle forme; chi invece ricerca i valori geometrici scopre un orizzonte sperimentale, frutto di impegno, che richiama l’equilibrio classico. 
Il misterioso dispiegarsi delle forme, attraverso gli oggetti, non provengono dall’ inconscio, ma dai ricordi di danza e da suggestioni della natura. Tutto si ricompone nella visione della realtà, che ciascuno desidera scoprire nella asprezza della materia o nelle forme più levigate. E’ necessario capire che nei motivi ritmati c’è uno spazio lirico che deve essere in teso. Il compito sia del critico d’arte che della persona che si mette avanti all’ opera per osservarla è la lettura di ogni singolo elemento, elaborato nei suoi legami, come i tempi di una sinfonia. Ci sembra quasi di entrare nel mare pensando ai naufraghi e ci vengono in mente “Le scialuppe”, idea te da Gonzales. Qualcuno si sarà salvato? Guardando una città avvertiamo con temporaneamente due facciate diverse: il momento dell’ansietà umana che esige l’ascesa ad una volontà concorde, e la gioia dell’arte che richiede per sé e per la stessa città una melodia che circoli come il fatto nuovo. 
Sono italiani questi blocchi ideati così, o sono Achei, personaggi del mondo ellenico? Chi li ha convocati? Forse li ha inventati Esopo in un mattino felice della sua favola, o pro vengono dalla storia perché li avvertiamo partecipi dell’ansietà umana. 
Bisogna rendersi ragione che questi sentimenti e pensieri sono nell’opera. Occorre interpretarli, guardando a lungo i segni, come quando si sfoglia un libro antico. Sono egualmente interessanti sia le pause che le riprese, sia il condizionamento vicendevole di tanti elementi che nascono e salgono in un cammino ascensionale. La storia della poesia si fa osservando come i poeti riescano a realizzare le forme. Se volessimo togliere il significato logico ad alcune grandi liriche per considerare, come si usa oggi nello strutturalismo le singole parole, queste non sarebbero meno cariche di valore e farebbero piuttosto pensare alle tessere di un mosaico, scelte ad una ad una per evocare, attraverso il colore e l’esperienza plastica il dramma della coscienza. L’opera di Gonzales è quella di una personalità a cui piacciono i monti, i boschi, le miniere, sa che la natura è più forte di noi e, come pensava Leopardi, è un azzardo sfidarla. Non rimane allora che rinunciare all’impresa, o raccogliere le forze non per ragioni in formali ma per distaccare, oggettivamente, dalla realtà l’idea il momento e la commozione stessa che sa ispirare la natura. Ciò appartiene alle scoperte interiori, che ci avvicinano al mistero dell’in finito. Gonzales sarà d’accordo con i grandi autori spagnoli che valorizzarono il sogno, con vinti che ogni opera realizzata è un sogno che si è pacificato nella realtà. Quel sogno sussiste ancora? Fermatevi avanti al “Calvario senza velo”. Un mondo oscuro che ha bisogno di luce, immaginate sul fondale una vetrata e l’opera acquisterà l’espressione tragica di una agonia. Non è necessario chiedere all’artista di uscire dall’enigma. Le sue forme non sono enigma, sono parole che si capiscono all’aperto, quando sorge l’alba, in pieno meriggio, nell’ora del tramonto: sculture che ci accompagnano e fanno pensare e poiché il pensare stanca la via di uscita è il sogno. Dentro questi sogni e queste speranze è nata e vive Gonzales. 

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Stefania Severi

Minuta, elegante, ampio sorriso, si muove con la leggiadria di una ballerina. Infatti è stata per lunghi anni ballerina professionista. Poi ha lasciato la danza per una passione che si portava dentro da tempo, la scultura. Parliamo di Alba Gonzales, romana di origini spagnole, che ormai ha tra- valicato i confini nazionali divenendo famosa in tutto il mondo. Ma l’internazionalità della sua opera non si deve all’internazionalità di un linguaggio estetico che attinge al trend contemporaneo, bensì al fatto che ella ha scelto la dimensione del mito per trasmettere i suoi messaggi. E il mito, sovrastorico per antonomasia, è recepito e compreso a qualsiasi latitudine, anche in Giappone, paese dove è molto apprezzata. Ma chi è Alba Gonzales? Dalla sua biografia sappiamo che è stata ballerina professionista ma che, a partire dai primi anni Settanta, si è dedicata alla scultura cercando per altro sempre di restituire nel modellato la plasticità dei movimenti della danza. La prima personale è del 1975 e, da allora, ha esposto, oltre che Italia, in Francia, Spagna, Turchia, Usa, Repubblica Russa, Israele... e le sue opere sono nei musei e negli spazi pubblici più importanti del mondo, dalla Galleria d’Arte Moderna di Bologna al Ministero dei Trasporti di Roma, dalla casa Bianca di Washington D.C. alla Città del Vaticano. D’ultimo ha realizzato, per vincita di concorso, un monumento che sarà posto sul lungomare di Fregene (Roma). Innamorata della scultura ha dato lei stessa vita ad un museo di scultura contemporanea, il Museo Pianeta Azzurro di Fregene dove organizza ogni anno una mostra internazionale di scultura che è giunta alla XVI edizione. Lavora a Roma ma soprattutto a Pietrasanta. E’ infatti qui, nella bottega di Sem Ghelardini, purtroppo prematuramente scomparso, che Alba ha appreso a lavorare “in grande”. Ma ha frequentato e frequenta anche altre botteghe della Versilia, dal laboratorio di Carlo Niccoli a Carrara allo Studio Angeli di Querceta. E per fondere le sue statue di bronzo va nelle più celebri fonderie di Pietrasanta, Verona e Ferrara. Ma come è la scultura di Alba Gonzales? E’ profondamente legata alla grande tradizione plastica che ha studiato a lungo prediligendo quella etrusca e quella greco/ellenistica. Soprattutto ha sviluppato una sua linea di ricerca di ispirazione mitica che l’ha portata ad approfondirne la ricca tematica ed in particolare le metamorfosi, gli ibridi uomo animale e le chimere. Nata da madre siciliana di origine greca e spagnola e da padre spagnolo, si può quasi dire che abbia nel dna il mito di cui ha interiorizzato il mistero, la trasposizione allegorica, leradici ancestrali, il racconto metaforico. Il mito è da lei vissuto non come esercitazione intellettuale bensì come una realtà di sangue pervasa da una sottile vena erotica. La volontà di approfondimento l’ha portata a prediligere la dimensione ciclica. Nel ciclo “Sfingi e Chimere” investiga sulla bestia che è dentro ciascuno, oggettivando così il concetto che è alla base del celebre mito della centauromachia: fanciulle a più volti con arti umani e fermi, accarezzate da serpenti lascivi e con ali fantastiche. A proposito delle sue Sfingi così ha scritto il critico Giorgio Segato: “…complesse, da leggere a tutto tondo in modo da cogliere i diversi aspetti emblematici, le differenti facce simboliche del mito, l’inganno, il teatro della maschera nel vero, e nel verosimile, nell’apparente”. Nel ciclo “Amori e Miti”, iniziato nel 1986 e mai completamente abbandonato, le figurazioni si riallacciano ai miti classici ma mai recuperati integralmente bensì interpretati in modo da fame emergere le inquietudini più profonde. L’artista lavora sia nelle piccole che nelle grandi dimensioni monumentali. Molto suggestiva è stata, nel 1993, l’esposizione di numerose sculture monumentali nell’isola pedonale della celebre Via Veneto di Roma. In quella splendida personale espose le sue più grandi sculture, da quelle astratte a quelle di ispirazione etrusca fino a quelle pertinenti ai miti, opere realizzate in travertino bianco, in travertino rosa, in marmo bianco di Carrara, in bronzo, in marmo nero... La sua scultura è sempre caratterizzata da un forte senso plastico che si articola su più piani in modo da dar vita alla materia. E, come nella tradizione classica, tale scultura sottende un “racconto” che, soprattutto nelle opere più recenti, si fa sempre più complesso, stimolando ricordi, suscitando sensazioni ed inducendo a personali riflessioni. Con tutto questo pesante ed impegnativo lavoro Alba non ha 3erso nulla della sua femminilità. Moglie e madre affettuosissima, prende il suo ruolo di scultrice di opere monumentali con la grinta ma anche con la leggerezza di una ragazza, riuscendo persino a giocare con le sue sculture. Si è fatta fotografare, jeans e maglietta, a cavallo della sua “Chira Centaura di Enea”. Già, perché il vero maestro, quello che conosce gli aspetti più profondi dell’esistenza, per la Gonzales non può essere un uomo, ed ha pertanto trasformato il centauro Chirone nella centaura Chira. E certamente anche lei è un po’ Chira, elegante, femminile, colta, preparata, con quel pizzico di selvaggio che fa venir fuori l’artista.

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Annabella Calimani

Al museo Ugo Guidi di Forte dei Marmi la scultrice Alba Gonzales si presenta attraversi una mostra che si pone come chiaro omaggio alla donna in un periodo storico che la vede sempre più spesso protagonista di fatti di cronaca che vorremmo poter cancellare per sempre dalla memoria.
“Indagine su emozioni al femminile” è una raccolta di lavori che raccontano il bellissimo e complicato mondo delle donne con ironia, delicatezza e incredibile chiarezza.
Le sculture esposte al museo Ugo Guidi e all’Hotel Logos di forte dei Marmi propongono una donna che incarna attraverso le sue morbide forme e le emozioni a volte primordiali che la travolgono fino a “indurla in tentazione”.
E’ un lento cammino verso la consapevolezza in se, di ciò che anima i luoghi più bui dell’anima; un tentativo gentile di guardare al di là del formale ritrovando valori semplici, importanti, essenziali come l’amore, la stima verso se stesse, l’essere madre.
Ma subito dopo emerge una donna improvvisamente sensuale, provocatrice, che ammalia e si offre in maniera quasi irriverente ma sempre e comunque delicata.
Un mix che traduce attraverso l’arte della Gonzales, lo sfaccettato mondo femminile che gioca con la materia, gli stili a volte contrapposti così come lo sono le pulsioni umane, così come solo una vera artista può essere

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