Di Alba Gonzales, ritengo esemplare una scultura in bronzo del 1990. Il titolo è un’epigrafe: Noi due insieme. Due teste accostate. Ma come nella “Pietà Rondinini” non appare (volutamente? Con la volontà dell’inconscio?) la loro appartenenza. Maschio e femmina? Due donne, di cui una androgina? Madre e figlia?
Una coppia di Amanti (con la maiuscola, ossia mitici)? La Pietà di Michelangelo non riconosce alcuna differenza, tantomeno sessuale, alle figure: la Pietà è un Corpo simbolico che contiene, deve contenere i corpi, senza distinguo. E in quel contenitore magnetico si proietta Michelangelo stesso; a dare forma è la sua corporalità in cui, come sappiamo (lo apprendiamo anche dalle poesie michelangiolesche, dalle mirabili Rime) confluivano mille, e contrastanti, istanze psicologiche. Mi sento dunque di affermare che, in quella scultura simbolo, è una sola persona che dichiara “Noi due insieme”. E questa persona è lei, Alba Gonzales, è lei nel suo doppio: convulsamente femminile, ma con ombreggiature androgine.
Il perno di tutta la scultura della Gonzales è “il corpo”, sono le mille varianti che la scultrice dà al proprio corpo, tentando di liberarlo da una sorta di prigione, da una sorta di censura che vorrebbe impedire di farlo vivere sfrenatamente libero.
E la Gonzales riesce a dare- al corpo umano- non solo forme sorprendenti per modernità, ma un alone in più: la musica. Valgano due esempi assai indicativi: le pattinatrici-danzatrici che hanno per titolo” Sfidando il sogno di essere farfalla” e “ Dietro l’ultima nota “. Si parla di “nota”, ossia di suono, di sinfonia. La Gonzales dimostra di possedere un potere raro: far sì che il silenzio che avvolge le sue creazioni non resti mai inerte, ma trasmetta.
Da una lettera della scultrice, leggo e riporto: “La mostra rappresenterà due momenti diversi: “Miti e Metamorfosi”, in quanto il primo omaggio, nel primo ciclo, è rivolto all’arte etrusca, e poi il mio inconscio ha cominciato a prendermi la mano e sono divenuta più metamorfica”. Alla luce di quanto ho premesso, questa dichiarazione mi sollecita. Infatti, io credo che fin dall’inizio “metamorfosi e miti” abbiano attraversato la “psiche” (più che l’inconscio) della Gonzales, non come forme lucidamente intenzionali e frutto di un’intenzione programmatica, bensì come sintomi, reazioni oscure, furori commozioni, eccetera.., di un’anima carnale.
Essi consistono in un altro aspetto del talento della scultrice; quello di trasferire il proprio io in altre epoche, altre civiltà, in un continuo sogno di “danza attraverso il tempo”. Torniamo sempre al sogno di essere farfalla, che non cessa, ma conserva la sua suggestione. E la farfalla può posarsi sul “Tufo etrusco” sugli emblemi – antichi e insieme contemporanei - della vicenda umana, che resta ciò che è – oltre ogni mutazione sociale e ossia frutto della creazione celeste, straordinariamente espressa nella scultura in bronzo “ Macchina per il cielo”. Il marmo bianco di Carrara, che la Gonzales tratta quasi fosse un “ chiaro di luna”, o l’argilla prima di cui si servì il biblico Dio, ci consente di dire, ammirati: “ in quel marmo ci siamo noi…Sia che la Gonzales porti il nostro sguardo su” Apollo” , su “Semiramide” su “ Narciso e il suo dubbio”. E poi, magari, con un colpo di estro che scavalca i millenni, sulla maschera di Pirandello. La vita è continuità, ecco il credo della Gonzales.
La danza, che la Gonzales ha praticato, modella l’impeto di molte figure. Ma si tratta di movimento, molto bene espresso, che non nasce dalla gioia, bensì dall’aspirazione a volar via dalla prigione letargica, a volte nelle forme dell’ippogrifo, di un innesto con un’animalità diversa, equina. Impressionante la scultura un blu “il bacio: Paolo e Francesca” o “quali colombe dal disio…”. Ma a chi lo da il bacio, la testa alata? A chi lo trasmette il “disio”, con gli occhi coperti dalle ali? La testa bacia se stessa. Più esattamente, l’”io” alato della scultrice bacia il suo doppio sepolto. La Gonzales, per la sua mostra imminente, parla di miti e di metamorfosi, certo, ma non dobbiamo intenderli come preordinato omaggio a una remota civiltà perduta, sia pure grande come quella etrusca. Si tratta di proiezioni mentali, psichiche: tutto deve essere letto in tal senso, affinché si possa valutare il grado di modernità di un’artista. Tornando con la memoria ad altissimi esempi, diciamo: “Danae” del Correggio o “Amore e psiche” del Canova, sono forse esaltazioni di miti? Macché. Sono, appunto, proiezioni della sensualità di due geni, liberi per grazia di Dio, liberissimi nella loro sensualità. Nemmeno la famosa “Testa del Budda di Gandhara” è il sigillo di un mito, bensì la proiezione della perplessità dolente di un popolo.
La Gonzales, per lo più, rifugge dai titoli tragici, come rifugge dal sorriso esplicito di teste e profili. Un’ombra di sorriso la cogliamo nelle bronzee “Medusa” e “Semiramide”, tuttavia quale smorfia arcana la percorre. Istintivamente, colgo analogie fra la potenzialità espressiva della Gonzales (parlo dell’esprimibile) e lo spirito di un pittore: il Correggio. Per capire il Correggio, senza fraintenderlo, è necessario percorrere più a fondo quel “labirinto” che forma il limbo della sua arte. Il Correggio antepone il “mistero” della vita al “problema”, e in questo genio non c’è figura, terrena o divina, che lo spettatore non senta di poter possedere, concretamente, attraverso un’affinità irresistibile e immediata. Intendo: il possesso sensoriale (quando la nostra scultrice gli dà un minimo di respiro, l’opera balza in alto per qualità). Torna al “sorriso” di Medusa e Semiramide. E’ inequivocabilmente elaborato attraverso un dolore umano di generazioni, deposto con il suo valore di sutura felice di mille piaghe sulle labbra. Oppure cito lo sguardo, disperso qua e là nelle figure, reso vigorosamente schietto da un qualcosa che si intuisce essere stato amore di carne, ambito, ma non consumato con gioia. E a testimoniare le potenzialità della Gonzales, basta ancora meno: una guancia che spinge la mano dell’uomo ad accarezzarla, o un seno che così forte e fiero sotto il drappeggio, quasi consapevole di quella nudità segreta e amorosa di cui abitualmente gode. Nella Gonzales, il gioco è eminentemente pagano. Fino a che punto si può parlare di un sia pur paradossale ateismo? Per questa ragione, la Gonzales non considera superflua qualunque lotta sia dentro gli istinti che verso i cieli: per lei, l’essere umano deve essere, come sarà sempre, occupato a imitare il primo atto della creazione, ossia a dar fiato alla propria creta, affinché il soffio perduto e la creta continui ad animarsi col calore della vita. Viviamo in un tempo che va verso l’atonia che non sa più come dibattersi fra tenerezza e violenza, fra gaudium vitae e una drammatica avversione al sopruso. Ma, contro la rassegnazione, contro Pilato che se ne lava le mani, c’è ancora un grido, magari silenzioso, che si uncide nei profili, che anima le forme dei corpi. Questo grido è ravvisabile nelle sculture della Gonzales.
Un grido, un grido per restare umano. Perciò la “mostra” potrà autenticamente dire di essere l’ospite di un’artista che ha il dono della modernità. La Gonzales si è guadagnata questo dono con la sua vita che, ripeto, è stata attraversata da inibizioni,malesseri e drammi (esattamente come l’epoca attuale).In tal modo, non sarà più madre della “Medusa”, bensì madre e complice delle sue sculture che amò di più: la figura femminile la cui bellezza è anima nel corpo, nelle sue forme invitanti, offerte, e grazia nel volto che aspetta chi può intenderlo e amarlo.