Questo scultore-donna - come desidera essere chiamata - ha davanti a sé l'immaginazione: una percorso vario e illimitato, che affonda le radici nei misteriosi eventi del passato, nei luoghi, nei significativi, nella gesta della storia, dei miti, della civiltà stessa. In questi nodi di ricordi e di sensazioni, in quei racconti che, dall'antica Grecia, giungono agli Etruschi, attraverso i colli di Roma, penetrano con prepotenza nella psiche contemporanea, spingono unghie e aculei nel cuore di chi soffre o getta al vento la sua finta allegria, ecco che Albe Gonzales, nel bronzo e nel marmo, inventa i suoi personaggi muliebri-animaleschi, con zampe-mani, code serpentine, lingue biforcute, mammelle multiple, volti celestiali che si moltiplicano.
Tuttavia in quegli spettacoli, venuti fuori direttamente dall'inconscio, da quei fantasmi originari oltre le esperienze individuali, la scultrice Alba Gonzales, come Freud, entra ne sogno, lo interpreta, ne scopre gli elementi, e gioca come fa il gatto con il topo. Sposta e condensa gli archetipi, proietta le sue pulsioni libidiche e anche quelle distruttive, poi, come la Fenice che rinasce dalle proprie ceneri, viene fuori poeticamente, lasciando cadere ogni scoria, ogni granello di polvere, ogni rifiuto e frammento.