Opere
 
 
 

Riccardo Bianchi

15 maggio 1999
 

Quando li vedi per la prima volta resti sgomento. Ti colpiscono con veemenza quei bronzi piegati e ripiegati come contorsionisti, smembrati, disumanati, oppure, lo sguardo triste e svuotato, a volte addirittura cancellato, rappresi in un'assenza che viene da lontano e lontano torna. A noi, figli di un tempo astratto che ha reso il pensiero rappresentabile in sé e non tramite le sue figurazioni e le metafore, paiono quasi anacronistiche.
Creature di una mitologia evaporata nel sole razionalista. Relitti arenati e poi trovati sulla spiaggia delle nostre consolidate certezze. Che ci fanno lì? Come ci sono arrivati? Ti avvicini circospetto, ne accarezzi l'epidermide metallica, lucida, liscia, intrisa di una sottile, impalpabile, virtuale guaina erotica. Ne saggi la consistenza, ne incroci lo sguardo, e quello che ti segue, si scompone si moltiplica, si stacca dal corpo addirittura, ti sorride beffardo, che vorrà dirti? Nella Gonzales il riferimento alla cultura classica è una costante, il segno di un innamoramento del passato, quello antico, che tiene a distanza le volgarità del presente. Ma anche il sintomo di una volubilità esistenziale, di una inquietante perdita di identità dell'uomo e della donna attuali. L'indagine della scultrice non persegue tuttavia una ricomposizione di questo io diviso, non punta a creare un'armonia pacificante e paciosa, non presume che il rimedio sia una sapiente e manierata rivisitazione psicologica o fisiognomica. Non è computa, né sofisticata. E nemmeno cerca credito nei maestri di questo secolo.
Il traguardo è altrove. Per raggiungerlo occorre calarsi nel tunnel del sé, attraversare l'Acheronte dei propri orrori, sbigottirsi di fronte a comportamenti e pensieri che sono al di là del controllo cosciente. Lottare. Altro che armonia. A contare è ciò che alberga dentro di noi e che si avverte dibattersi con forza nei volumi inventati dalla scultrice: la nostra perniciosa e per converso umanissima inumanità.